“Un’amicizia capace di sfidare il regime fascista.”

Recensione: “La Malnata” di Beatrice Salvioni.

La capacità di saper sviluppare la propria coscienza critica in un’epoca arida, dominata dalla propaganda fascista, onnipotente ed opprimente, è la grande qualità delle adolescenti protagoniste del libro esordio di Beatrice Salvioni: ”La Malnata”.

“La chiamavano la Malnata e non piaceva a nessuno.

Dire il suo nome portava sfortuna. Era una strega, una di quelle che ti appiccicano addosso il respiro della morte. Aveva il demonio dentro e con lei non ci dovevo parlare”.

La voce narrante di questo bellissimo romanzo di formazione è quella Francesca, figlia di una famiglia benestante, nella quale regnano le apparenze, i silenzi, l’adulazione materna verso i rappresentanti di un regime che porterà solo guerra, dolore e morte.

Francesca, soffocata dalle ipocrisie dell’ambiente familiare, vede nella “Malnata”, il cui vero nome è Maddalena, la personificazione della libertà e dell’indipendenza di pensiero. Nonostante i divieti materni di frequentarla, Francesca si avvicina a Maddalena, dimostrando di superare i pregiudizi sul suo conto, che la etichettano come una brutta malattia, pericolosa e letale. Le cattive voci sulla Malnata derivano dall’ignoranza di vetuste credenze popolari, capaci di attribuire a Maddalena il potere di uccidere con la sola forza del pensiero o con l’irruenza delle sue maledizioni. La verità è che la Malnata è solo una bambina sfortunata, costretta a vivere nella miseria, senza un padre, in una famiglia che non può garantirle nessun tipo di agio e nella quale tutto va conquistato. Il suo è un ambiente familiare in cui regna la disperazione, soprattutto dopo la morte accidentale del suo fratellino, di cui la gente incolperà sempre lei, il capro espiatorio di una società codarda che non sa analizzare i fatti, si ferma alla superficie delle cose e non scava nella profondità degli anfratti dell’animo umano. Maddalena e Francesca dimostrano di essere differenti, non assorbono supinamente i giudizi altrui, ma sviluppano le proprie idee, si espongono senza paura, comprendendo pienamente il valore delle parole, che hanno la forza dirompente di distorcere la realtà, alterandone il significato: la guerra, fatta di sangue e giovani cadaveri, diventa così un’epifania di gloria e conquiste; l’annullamento del libero pensiero si trasforma nell’esaltazione dell’unità della nazione, che appare come una mostruosa entità, senza più umanità.

“Intorno alla fine di novembre, successe una cosa che non dimenticherò mai. Al saluto del mattino Maddalena restò al suo posto e al richiamo della professoressa dichiarò: – Io per quello lì non mi alzo. Neanche morta, mi alzo. Il silenzio che allora cadde sulla classe era una sensazione collosa sulla pelle, come il sudore nei pomeriggi d’estate, in cui non c’è nemmeno un respiro di vento e anche all’ombra ci si scioglie. Il duce ci avevano insegnato ad amarlo fin dalla prima elementare con le filastrocche imparate a memoria, che paragonavano la sua nascita a quella di Gesù bambino e raccontavano la storia della sua vita quasi fosse una trasfigurazione.

Nessuno di noi aveva mai pensato di porre in discussione la sua esistenza o l’aura sacra che lo circondava. Il futuro non avrebbe potuto essere diverso dal presente. Il duce era eterno ed eterno sarebbe stato. Faceva paura pensare che avrebbe potuto non esserci più. Non mi piacevano i suoi ritratti appesi ovunque: la sua faccia mi era sempre sembrata un enorme pollice, anche se le altre dicevano che era bello, che da grandi l’avrebbero sposato e baciavano di nascosto le sue foto che tenevano dentro i quaderni.

Tuttavia mai mi sarei rifiutata di fare il saluto romano. Non era per fede, rispetto o ammirazione; era per semplice abitudine, per convenzione (…)”.

Mi sono spesso chiesta quale sia stata l’arma vincente che ha consentito al fascismo di affermarsi, senza l’opposizione, anzi con la massiccia adesione degli italiani. Beatrice Salvioni mi ha fornito, attraverso gli occhi di due ragazze, una lucida ed amara risposta, che trova la propria radice più profonda nell’assenza ventennale dello sviluppo di una coscienza critica, forte e combattiva. Non pensare diventa così un rassicurante porto nel quale rifugiarsi, per non affrontare l’incertezza del mare aperto, che disorienta e angoscia. Costa molta meno fatica seguire la massa, confondersi tra la gente, convincersi di amare ciò che dovrebbe essere debellato.

Maddalena e Francesca, nel loro piccolo, sono due anticonformiste, che testimoniano la bellezza dell’emancipazione, la quale nasce nella testa e, poi, diventa parte integrante di noi,  lottando con quei dolori ingiusti che la vita ci impone di affrontare, fatti di cose concrete come il sangue che pulsa dappertutto o lo stomaco contratto.

L’opposizione non è solo rivolta contro il regime, ma anche contro la prepotenza di quei maschi che credono di essere i padroni del mondo.

“Tiziano sorrise. Mi guardò, si passò la lingua sui denti e disse: – Adesso vedi che ti faccio, a te.

Sentii la paura di essere sola in balìa di un maschio. Era diversa da quella che mi aveva sempre fatto il signor Tresoldi. Quella veniva dalla pancia, come quando ti raccontano le storie di orchi e di streghe. La paura che mi faceva Tiziano veniva da tutto il corpo, era nera e vischiosa, s’insinuava ovunque.

Se ci provi ti ammazzo, dissi.

Forse significava questo, essere grande e donna: non era il sangue che veniva una volta al mese, non erano i commenti degli uomini o i bei vestiti. Era incontrare gli occhi di un uomo che ti diceva: – Sei mia – e rispondergli: – Io non sono di nessuno – “.

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