“Un filo di seta luminoso nel carcere di Pozzuoli.”

L’esperienza della scrittrice Maria Rosaria Selo.

In via Pergolesi, 140, a Pozzuoli, vivono donne che hanno perso la libertà. Trascorrono le loro giornate tra le mura e le sbarre di una casa circondariale che, un tempo, fu manicomio criminale femminile. Un luogo di sofferenza e di solitudine che, però, affaccia su un mare bellissimo, che di giorno brilla come se avesse mille diamanti in superficie, mentre di notte sembra diventare più nero della pece. Ha due facce questo mare: il suo sciabordio mattutino è capace di cullare i pensieri, riecheggiando dolci malinconie esistenziali; il suo assordante silenzio notturno, invece, fa paura, incutendo il terrore di una vastità sconosciuta. A me questo mare ricorda le profonde contraddizioni dell’animo umano che, con intensità differenti, appartengono a tutti noi. L’ossimoro di disperazione e bellezza che crea questo luogo lascia senza fiato e si attacca addosso, senza tregua. Fa estrema fatica a lasciarci andare.

Conosce bene questa sensazione la scrittrice Maria Rosaria Selo, che, nei suoi romanzi, racconta storie di donne non solo forti, ma anche resilienti. Proprio la lettura del suo ultimo romanzo, “Vincenzina ora lo sa”, ha convinto la direttrice del carcere di Pozzuoli, la dottoressa Palma, a sceglierla per la cura del laboratorio di lettura e scrittura creativa dedicato alle donne detenute a Pozzuoli, organizzato dall’associazione FEBE.

Ho avuto l’onore di ascoltare Maria Rosaria raccontarmi la sua esperienza, che definisce una “carezza”. Una carezza delicatissima e necessaria che, virtualmente, ha toccato anche me. Già dal primo incontro con le detenute, Maria Rosaria ha sentito empatia con quelle donne e con le loro storie. Le immagino, tutte disposte in cerchio, leggere e, attraverso il potere delle parole, riprendere un pò a vivere, immedesimandosi nei personaggi di tanti racconti, che Rosi Selo seleziona seguendo un unico fondamentale criterio: il fattore umano. Attraverso le parole incise sui fogli bianchi dei libri, come i “180 racconti” di Dino Buzzati, la scrittrice riesce a trasmettere ciò che è ineffabile, sollecitando nelle sue ascoltatrici la ricerca dell’ “altro da sè”, per riscoprirsi o scoprirsi per la prima volta. Inizialmente, l’uditorio di Rosi era composto da dodici donne. Oggi, a soli due mesi dall’inizio dell’attività culturale, le detenute che partecipano attivamente all’iniziativa sono già trentacinque: tutte diverse, provenienti da differenti parti del mondo, alcune con patologie psichiatriche evidenti e, talvolta, invalidanti, ma tutte accomunate da un medesimo passato di violenze e sofferenze, di povertà materiale ed affettiva. Il caos emotivo che ogni incontro con loro suscita lascia Rosi “senza respiro” e con la “testa in fiamme”, nel senso positivo dell’espressione, perchè si sente il “loro pozzo”, dove quelle donne lasciano cadere tormenti, rimorsi, delusioni, rimpianti e, a volte, speranza. In alcune di loro Rosi Selo intravede resipiscenza, voglia di riscatto e di crescita. Non si limitano a rispondere “agg fatt na strunzat” quando la scrittrice, sempre più loro confidente, chiede, con estrema pacatezza, il motivo della reclusione, ma sanno andare oltre, sperano di scendere nei dettagli di quella domanda fuori dalle sbarre, davanti ad un caffè, quando arriverà il giorno della liberazione. La libertà a cui molte anelano non è solo quella fisica, fondamentale sicuramente per chi ha figli e famiglia fuori, ma è anche quella interiore di chi attraverso la cultura vuole diventare migliore. Alcune mostrano un certo timore reverenziale verso chi ha studiato, un diritto che a loro è stato negato, perchè, da sempre, hanno dovuto scontrarsi con la triste realtà della penuria di mezzi, costrette a lavorare fin da giovanissime. L’assenza del necessario nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza le ha spinte, in molti casi, a cercare, crescendo, l’opulenza nella superficialità e nella devianza.

Nelle parole di Rosi, fatte di tenerezza e di realismo, ho colto il senso di rabbia provato da molte di loro, che si fanno, troppo spesso, del male o che litigano tra di loro per sciocchezze, esasperate da una dimensione quotidiana in cui, nonostante le moltepliciti attività organizzate all’interno dell’istituto, la solitudine è fragorosa, la sentono fortissima, anche se provano a tapparsi le orecchie. Iniziative come la lettura e la scrittura in comunità possono servire a dare a queste donne, che, come scrive Rosi, sono “inciampate nella vita”, momenti di tregua dalle ossessioni vissute negli abissi del loro animo tormentato ed intrappolato in una cella priva di sogni e riservatezza, sovraffollata e, a tratti, disumana.

Ho chiesto a Rosi quale messaggio spera di lasciare a queste anime prigioniere e la sua risposta mi ha emozionata perchè si augura che queste donne possano salvarsi attraverso la scrittura e la lettura, proprio come è successo a lei, che ha vissuto anni immobilizzata nel suo letto, vittima di un male invisibile, ma mortale come la depressione. Rosi viveva solo attraverso i personaggi dei romanzi che leggeva. Racconta che, prima, la sua necessità di scrivere era solitaria, la paragona ad un “demone che andava assecondato” e che la teneva in vita, come una sopravvissuta; dopo, la voglia di condividere con il pubblico le emozioni materializzate sul foglio l’ha spinta ad uscire dalla sua gabbia, a piccoli passi, un gradino della scala alla volta. La cultura, dunque, per Maria Rosaria, può concretamente diventare lo strumento per “curare le ferite, avere cura del dolore per non sbagliare più”, per trasformare la rabbia provata nelle proprie prigioni, fisiche o mentali, in bellezza. Quel “filo di seta luminoso”, preziosissimo, che Rosi sperava di tessere con le detenute è già lì, un bellissimo esempio di cultura e di rieducazione.

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