Ricordarsi di non dimenticare: l’Alzheimer ladra dell’io.

Si dice che la saggezza abbia le rughe e i capelli argentati e che prima che questa saggezza inizi a perdersi nel labirinto dei ricordi di un anziano che ne è custode e che d’improvviso dimentica il suo ruolo, essa deve essere accolta e ospitata nelle camere della memoria di un bambino o di un giovane uomo, affinché da tale saggezza si possa trarre esempio, linfa, per non porre mai una fine agli insegnamenti che un anziano può dare.

Gli anziani sono la culla del domani, il fiume in piena di valori e testimonianze che deve sempre raggiungere l’infinità di un mare sempre in erba che desidera imparare ancora e ancora qualcosa dal vecchio fiume. È per questo che gli anziani devono essere “protetti” – poiché detentori di storia – e proteggerli vuol dire renderli partecipi della società, perché rappresentano risorse dalle quali attingere saggezza. Negli ultimi tempi, la saggezza, custodita nella memoria degli anziani è messa in pericolo da una malattia, subdola, meschina, ladra di ricordi, di oggi e del ieri di molti anziani.

Tale malattia è l’Alzheimer, che il presidente dell’Associazione Ipazia, ha egregiamente trattato nel suo articolo, osservandola da un punto di vista legale, la messa a fuoco di tale malattia è importante, essa necessita di essere argomentata, affrontata, perché purtroppo di essa se ne parla poco, perché poca, in termini di quantità e qualità è la dignità che viene riconosciuta alla persona malata. Il malato di Alzheimer, nella fase più acuta della sua malattia, è una persona allettata, con un bagaglio culturale e relazionale completamente prosciugato, violato, rubato dalla bestialità di una patologia che oltre a consumare letteralmente il corpo, svuota i cassetti della memoria, della vita, della storia di una persona.

Non per questo però, la persona malata di Alzheimer, che non sa più che il mondo continua a girare, deve essere violata anche della sua dignità. La dignità di un essere umano, va riconosciuta e protetta sempre, in ogni singolo istante di vita, anche e soprattutto quando la persona versa in una condizione di non vita, perché non riconosce, non ricorda, non sa più nulla di ciò che è stata. La dignità di una persona deve essere assicurata attraverso un’assistenza non solo sanitaria ma soprattutto umana, fatta con amore verso quel soggetto indifeso, che anche se non può esprimere più le sue emozioni, percepisce, purtroppo, il dolore che la malattia gli procura ma percepisce anche un gesto di amore che gli viene riservato, mentre un operatore provvede a pulirlo o un infermiere a fargli un’iniezione.

L’Alzheimer non devasta solo la persona che ne è affetta, devasta l’intero nucleo familiare che si prodiga per accudire il malato. La devastazione nei familiari è di natura psicologica, è crollo emotivo, stress mentale, per quella cura che non esiste, è un continuo tamponare con la consapevolezza che la malattia avanzerà lo stesso. I familiari del paziente allettato, vivono situazioni di disagio psicologico, si chiedono fin dove possono resistere dinanzi a una persona che persona non sembra più, si chiedono se fanno abbastanza, se possono fare altro ancora per aiutarla e se tra i loro familiari non c’è un medico o un infermiere, il panico la fa da padrone in casa ogni volta che l’Alzheimer si diverte a fare cattivi scherzi.

“Fino a quando le posso assicurare ancora dignità in casa?” – mi chiese mia mamma, parlando della nonna Antonetta, affetta da Alzheimer. Forse più che a me, mamma lo chiese a se stessa, alla sua coscienza profondamente in crisi. In crisi perché da un lato mamma sapeva che la nonna in casa non poteva più essere assistita, perché quando la malattia entra in una fase acuta veramente bisognerebbe allestire un ospedale in casa, dall’altro lato, però, data l’impossibilità di allestire un ospedale in casa, l’unica soluzione era farla ospitare in una casa di cura. “Chiudere” – tuttora in un mondo definito moderno, si usa ancora la parola ”chiudere” riferendosi al familiare in una struttura che non è più casa sua. E per la gente continuamente abituata a giudicare, chiudere è sinonimo di abbandono del malato e di liberazione per il familiare.

Ma la gente non sa cosa c’è dietro questa scelta, così dura, sofferta, non sa quanto pesa sulla coscienza l’ammettere che non si sa più cosa fare per assistere quel familiare con dignità. La gente non sa e giudica, senza sapere, puntando il dito, a volte anche dietro falsi sorrisi. Il ricovero di una persona anziana in una struttura è donarle dignità in termini sanitari e assistenziali che in casa non possono essere più garantiti. Non è un abbandono, è un ultimo gesto di amore, fatto col cuore in pezzi, perché ti senti fallita dinanzi a una persona che ti ha insegnato tanto e tu non riesci più ad assisterla. L’insegnamento di un anziano è un tesoro inestimabile, è per questo motivo che ogni comunità dovrebbe rendere partecipi gli anziani in attività laboratoriali che rievocano vecchi mestieri, invogliando i giovani a partecipare.

Se una cura all’ Alzheimer ancora non c’è, allora si dovrebbe giocare in anticipo, prima che gli anziani dimenticano facciamoli ricordare, aneddoti, trucchi su vecchi mestieri, testimonianze, laboratori folcloristici, culinari, rendendoli così parte viva, storica e allo stesso tempo odierna di una società, dedita alla ricerca di vecchi saperi, vecchi sapori che sanno di verità e la verità è l’abito della saggezza.

2 commenti su “Ricordarsi di non dimenticare: l’Alzheimer ladra dell’io.”

  1. Mariaelena Lazzaro

    Da ragazzina mi capitò un testo tra le mani La cattiva figlia di Carla. Cerati, un romanzo che narra con delicatezza la scelta ardua di una figlia che lascia la madre che non può accudire in una casa di riposo. All epoca ero piccola e, pur sentendo mio il dolore di quella donna, non riuscivo a comprenderlo veramente! Oggi che semplicemente figlia, vivo una madre anziana, con disagio penso al tempo trascorso senza di lei. Sento, come la Mazzantini, che è importante tenere quel filo per non perdermi nel mondo e mi auguro che gentili siano le mani che scartano la cannuccia per farla bere. Gentili quelli mani come quelle di qualsiasi anziano che racchiude nei suoi palmi

    1. Giuditta Carrella

      Ci sono davvero tante emozioni contrastanti dietro la scelta di lasciare che un tuo caro sia accudito da mani estranee, soprattutto in un ambiente che non è più casa sua. Riceverà amore? È la prima cruda domanda che il familiare si fa. Per esperienza personale, il filo invisibile che ci teneva legate alla nonna – che di quel filo non era più consapevole dell’esistenza – ci ha permesso di entrare in punta di piedi in un mondo di anziani, che tra dimenticanza e sorrisi sinceri, chiedevano carezze, anche se in quella casa di cura l’amore regnava e regna tuttora sovrano.Sono diventata nipote di tutti quei nonni e quelle nonne, che ogni volta che andavo mi chiedevano chi ero. Regalare del tempo a quei vecchietti riempiva immensamente l’anima. Con la morte della nonna prima e il covid con le sue restrizioni poi, non sono più riuscita ad andare a quella casa di cura. Ma tra le tante cose che desidero fare è ritornarci ogni tanto da quei nonnini. La mia nonna quando riceveva una carezza diceva sempre “per cient anni” anche se quella carezza era di una infermiera o una operatrice. Non riconosceva il viso di chi l’accudiva, poteva essere sua figlia o un’estranea, per lei era indifferente, perché percepiva l’amore che le era riservato. E quando sai che il tuo caro è in mani gentili che non sono tue, alleggerisci la coscienza di quel pesante senso di abbandono che a volte pervade il cuore.

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