QUI NON SIAMO A FORTAPÀSC: IL SIGNIFICATO VERO DELLA LOTTA RAPPRESENTATO DAL GIORNALISMO. MARCO RISI CI RACCONTA GIANCARLO SIANI

Questa settimana inizieremo la lettura dell’articolo con una domanda: PERCHÉ FARE ANCORA GIORNALISMO?
La risposta sembra semplice. Proprio nell’epoca dell’eccesso di informazioni, in cui ognuno di noi viene quotidianamente riempito da così tanta “spazzatura”, abbiamo più che mai bisogno di una rielaborazione professionale delle notizie. Ciò che è importante deve essere assolutamente separato da ciò che è soltanto interessante o addirittura inutile. Bisogna farsi pista nella boscaglia delle offerte comunicative dei professionisti delle Public Relation. Per non parlare dei cosiddetti muckraker – capaci di sollevare dei bei polveroni. Così vengono definiti in America quei giornalisti che investigano i casi in cui i potenti e gli uomini d’affari offrono il meglio ai lavoratori pubblici, per tenere “coperte” un po’ di cose (ma direi che questo non è affatto un caso isolato americano). La capacità di trascinare di tanto in tanto scandali e intrighi al centro dell’attenzione pubblica da parte del “quarto potere” rappresenta, accanto al lavoro della giustizia, la garanzia più efficiente contro la corruzione e l’abuso di potere.

Esistono tante tipologie di giornalisti: da quello sportivo a quello televisivo, dal cronista giudiziario all’inviato speciale, da quello scientifico a quello culturale. Il settore della cronaca è una delle tipologie di comunicazione giornalistica più diffuse e il giornalismo d’inchiesta rappresenta forse l’approccio più impegnativo e impegnato verso la realtà e la verità. Si distingue infatti da quello tradizionale perché affronta un lavoro che, per essere esaustivo, completo e affidabile si sviluppa su un periodo di tempo più lungo.

In Italia si sviluppa nel secondo dopoguerra, quando la fine del fascismo e delle sue censure permette alla stampa di esprimersi in maniera più libera, e si lega alla quotidianità, alla cronaca sociale, criminale e a quella politica. Iniziarono ad essere raccontati i rapporti tra politica e criminalità organizzata e il periodo di terrore della cosiddetta strategia della tensione (vedi la strage di Milano del 1969 o quella di Bologna del 1980). Tra le inchieste più famose vanno ricordate quelle di Carlo Rivolta, giovanissimo giornalista collaboratore de La Repubblica e di Lotta Continua che sul finire degli anni ’70 ha svolto diverse indagini per descrivere il mondo della tossicodipendenza e del traffico di eroina. Su tutt’altro versante si muovono le indagini di Giancarlo Siani, giornalista napoletano corrispondente de Il Mattino che all’inizio degli anni ’80 indaga sugli affari della camorra e sui suoi legami con la mafia siciliana, arrivando a descrivere gli intrecci, le alleanze, gli interessi che legavano i diversi clan.

La figura di questo giornalista ed il simbolismo che porta con sé, sono diventati per la città partenopea (e non solo) un forte esempio di lotta contro ogni forma di potere che schiaccia l’uomo, che soffoca la libertà, che mette in ginocchio gli innocenti. È il potere mascherato, che guida le grandi rivolte e gli eventi di solidarietà e si fa portavoce di grandi valori morali e intellettuali. Questi poteri e questi potenti, come diceva Pier Paolo Pasolini, “coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto”. Quel vuoto che ha fatto scomparire le lucciole, e le ha sostituite con la tecnica e la modernità. In questo vuoto di potere, che disegna immagini apocalittiche e continua a sconvolgere intere nazioni, c’è chi darebbe la sua intera vita “per una lucciola”, per una verità, per un po’ di vita.

Giancarlo Siani allora è stato una lucciola. Ancora di più. È stato un fuoco. Potente, avvolgente e forte. Un uomo e un giornalista perfettamente descritto da Marco Risi, nel suo miglior film “Fortapàsc”.
Un luogo dove la legalità non riesce ad imporsi ed in cui le istituzioni si nascondono. In cui il giornalismo, che non scade nel semplice racconto dei fatti, diventa sacro, poiché quando scarseggia la luce, esso ha il compito di illuminare la via. Il film vuole omaggiare questo tipo di giornalismo d’inchiesta attraverso il lavoro di Siani che, insieme al suo collega e amico Rico, si occupa principalmente di cronaca nera. La sua curiosità, però, lo spinge ad interessarsi di criminalità organizzata locale.

Sullo sfondo c’è Torre Annunziata, un’oasi western dove la criminalità serpeggia indisturbata, gestita dal boss Valentino Gionta, il cui poco lucido spirito di iniziativa lo porta ad inimicarsi i boss degli altri clan campani. In questo contesto, Siani farà luce su legami tra malavita organizzata e personaggi politici e cercherà di scrivere la verità che si cela dietro agli omicidi che avvengono. Il suo lavoro, però, trova non pochi ostacoli. Dal suo datore di lavoro che gli ordina di occuparsi esclusivamente di cronaca nera alle minacce dei diretti interessati. Ostacolato quindi costantemente non solo da coloro che egli combatte ma anche da quelli che dovrebbero supportarlo. Un antagonismo dualistico rappresentato da un lato dalla camorra, dall’altro, invece, dalle istituzioni politiche che dovrebbero far rispettare la legalità ma si macchiano di sangue e tangenti. Dualismo rappresentato perfettamente in una lucida scena in cui il regista contrappone il confusionario dibattito del consiglio comunale ad una tranquilla cena tra camorristi (geniale!).

L’aspetto più interessante di questo film è sicuramente quello intimo che coinvolge il protagonista. L’isolamento di Siani acuisce infatti la tragicità della situazione: il giornalista non solo non riesce a trovare una vera guida dal punto di vista lavorativo, ma appare solo anche nella vita privata, affettiva e sentimentale. Ogni rapporto resta in un limbo di superficialità che non viene mai approfondita. La scena emblematica di questa solitudine è la sequenza iniziale, manifesto dell’intero film: Siani sale in automobile per le scoscese strade napoletane, Ogni volta di Vasco Rossi alla radio fa da sintesi all’imprevedibilità delle cose, alla nostalgia di qualcosa che non poteva e non può esser diversamente. Il protagonista ci dice che sta per essere ammazzato, dichiarando la strana serenità di quei momenti prima della fine. Un inizio che si ricongiungerà con la fine in un sorriso appena accennato di fronte all’ineluttabile. Sembra che l’estetica di Risi in qualche modo paghi il tributo poetico a quella dissimulazione di leggerezza tipica degli anni ottanta, affascinato com’è l’autore dalla doppiezza effimera e violenta di quell’epoca.
Il regista arriva generosamente al cuore, per scalfire il muro di gomma (nostro, non solo quello dei clan e dei politici conniventi) dell’omertà e dell’indifferenza.

Giancarlo, nell’immaginario collettivo, rimarrà per sempre il ragazzo di 26 anni che consumava le suole delle scarpe per reperire notizie per i suoi articoli. Quel “giornalista giornalista” che è totalmente lontano dal giornalista impiegato. Quel modello di cronista da emulare per quelli che aspirano a questa professione. Il film varrà a Libero De Rienzo, che interpreta Siani, la candidatura al David di Donatello per il miglior attore protagonista. Ma resterà sempre anche un inno alla libertà, quella autentica e imprescindibile.

Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per sé stessi, per la propria dignità” – e allora, tornando alla domanda iniziale, PERCHÉ FARE ANCORA GIORNALISMO? Ogni giorno. La risposta è ogni giorno. Ogni giorno vivere per la verità.

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