Ore 19:34 del 23 Novembre 1980 quando tutto cambiò.

 

Era il 23 novembre 1980, ore 19:34, quando in Irpinia la terra tremò, con una scossa di magnitudo 6.9. Distrusse tutto, il terremoto, vite, case, strade, sogni e il domani. La scossa di terremoto fu avvertita in quasi tutto il territorio italiano; i morti furono circa 3000, 10000 i feriti, tanti i dispersi. Era una domenica di fine novembre, faceva freddo mi hanno raccontato, coloro che hanno scelto di raccontarsi, di raccontare ciò che ricordano di quella sera di tanti anni fa. Chi ha scelto di raccontarsi, non è dell’Irpinia, eppure nello sguardo ha la stessa paura, lo stesso sconforto, provato, quando quella sera tutto cambiò. Simona era piccola, mi ha raccontato la sua mamma, era piccola ed assieme alla sorellina stava giocando in casa. D’improvviso la terra tremò, facendo barcollare i lampadari, mentre vetri alle finestre un po’ scricchiolarono. La mamma di Simona capí che doveva lasciare casa, subito, assieme alle sue bambine; le scale sembravano inghiottire chi scendeva, eppure lei, continuò a scendere e ritrovarsi in cortile con tutti i familiari che vivevano nel palazzo. ” O terramoto, o terramoto, fuimmo!!”- erano queste le parole sulle bocche di tutti, si doveva solo fuggire, trovare un riparo in un posto che non era più casa. La suocera di Simona, mi ha raccontato che stava facendo il bagnetto al suo bambino, nella vasca, quando la terra tremò e la povera donna si ritrovò nella vasca anche lei. Nella stanza di là, il marito della signora assieme all’altro figlio stavano guardando la partita del Napoli. Il padre sentiva la sedia muoversi sotto di lui, tant’è che disse al figlio di smetterla di spingere. Capí poi che non era il bambino, era il terremoto in atto.Asciugò in un baleno il bambino e corse anch’ella giù al cortile. Sul viso di tutti un’unica cera: quella della paura. Il papà di Pina, una mia amica, ha deciso anche lui di raccontare quella sera. Era in macchina con il suo bambino quando la terra tremò. Inizialmente pensava che qualche macchina dietro l’avesse tamponato, invece dietro la sua auto non c ‘era nessuno. Tornato a casa, ritrovò tutti i suoi familiari in strada, il terremoto li aveva spinti tutti a trovare riparo lontano da casa. C’era la moglie con gli altri suoi due bambini ad aspettarlo con ansia. Quel rumore mentre guidava era stata la scossa di terremoto. Il signor Antonio è sempre stato caparbio, decise di dormire in casa, contro il parere degli altri ma in piena notte, una nuova scossa scombussolò i suoi sogni e quelli della sua bambina, costringendolo a ritornare in strada. Luigi, un amico di famiglia, era un bambino allora. Un bambino che si ritrovò col fratello e tutti i cugini del cortile, a dormire dopo la scossa, sotto un capannone dalle mura sottili, dove furono sistemati alla meglio i letti. Il piccolo Luigi ricorda il terremoto come un gioco, un gioco a ritrovarsi e perdersi con altri bambini sotto le coperte, un gioco a dormire tutti insieme, un gioco la scuola chiusa e le tavolate improvvisate con tutti i parenti del cortile. ”Su giocate!”- esortavano i grandi -”È tutto un gioco bambini!”- esclamavano, incrinando la voce. Luigi e tutti gli altri bambini, sapevano però che i grandi stavano dicendo una bugia “la leggevo tutta nei loro occhi lucidi la menzogna” – sospira. Imma era nel grembo di sua madre, del terremoto non ricorda nulla, gliel’hanno raccontato molto dopo. Quando la terra tremò, sicuramente il batticuore della sua mamma, divenne la ninna nanna per tutte le notti e i giorni a venire. Nemmeno Carmen era ancora nata quando fece il terremoto, racconta che la madre, tuttora quando ne parla, ha la voce tremante. La signora era in cucina con la sua bimba in culla di pochi mesi quando la terra tremò. La paura bloccò del tutto la signora, che paralizzata non sapeva che fare. Fu il nonno di Carmen a prendere in braccio i nipotini e ad ordinare alla figlia di scendere giù in strada, ove altra gente era lì impaurita. Maddalena stava portando a letto i suoi tre bambini, era l’ora della favola, ma un mostro uscí dalle pagine quella sera, scuotendo la terra. All’inizio Maddalena pensò che quel tremore era dovuto al treno in corsa dietro casa, fu il marito a correre sopra, al piano notte e a ordinare alla moglie di scendere giù, lasciando casa e trovando riparo all’aperto della masseria. Giggino Bianco, ieri come allora, aveva un salone di auto in vendita. Padre di tre bambini, due maschietti ed una femminuccia, il più piccolo dei quali aveva pochi mesi. Giggino stava in casa con la sua famiglia, era quasi l’ora di cena e fuori era buio da un po’. Ma le tenebre scesero allo Spartimento con la forte scossa di terremoto. Giggino prese moglie e figli, riversandosi in strada. Erano tutti lí, con le gambe che tremavano e la testa che non sapeva cosa pensare. Fratello, cognata, nipoti, vicini di casa, si avvicinarono tutti gli uni agli altri. Era arrivata anche Ndunetta, con le sue figlie e un’amica delle ragazze. La scossa di terremoto le aveva prese di sorpresa mentre erano attorno al camino. Il marito di Ndunetta ancora non si vedeva arrivare. Madre e figlie erano preoccupate! Ndunetta si rianimò quando vide un’ombra maschile scendere dalla ferrovia. “Aità, Aità!o tarramoto!”- lo strattonò. Ma l’ombra non era il suo Aitano, la paura le aveva abbagliato la vista, aveva per sbaglio confuso zi Ngiulillo con suo marito. Aitano arrivò poco dopo, con la sua bicicletta nera. Ritrovò i suoi familiari in strada assieme ai vicini. Da solo in bicicletta aveva capito che qualcosa non andava, per questo aveva pedalato più forte. Intanto la notte scendeva su quel tratto dello Spartimento, i bambini piangevano, i grandi trattenevano le lacrime. Qualcuno dalla radio accesa in macchina riportò la notizia, il terremoto aveva avuto epicentro in Irpinia, c’erano morti e dispersi. Feriti e tragedie. ”Stamm rind o ventre ra vacca nui!”- esclamò Aitano. Cercando di portare un po’ di conforto. Intanto faceva freddo e lì in strada non si poteva restare. Giggino senza pensarci due volte mise a disposizione le auto destinate alla vendita. Si ritrovarono tutti lí, nel suo spiazzale, ogni famiglia in un’auto, coi motori accesi. Velocemente furono prese le coperte in casa, i maschi avevano questo compito, le donne restavano nelle macchine con i ragazzi ed i bambini. Tra i bambini più piccoli c’era Vincenzo, aveva pochi mesi, prendeva ancora il biberon. Giggino, mi racconta, che il latte a suo figlio, glielo riscaldavano nella cucinella sotto la capanna di Ndunetta. Era il luogo più sicuro, rispetto alle case in mattoni. Perché era una capanna piccola e leggera. Passarono molte notti in macchina, mentre le radio di giorno parlavano dei terremotati ritrovati vivo o morti. Il terremoto fece paura ancora, nei giorni a seguire: “le chiamavano scosse di assestamento, in realtà era sempre il terremoto!” – mi dice Giggino, aggiungendo- “Io non avevo paura del terremoto, perché ormai l’avevamo sentito!avevamo paura del dopo!”- mi confida l’ anziano venditore di auto, con il viso solcato di rughe e l’azzurro degli occhi sempre uguale a ieri. ”Avete avuto paura?”- chiedo – “Assai… avevamo paura veramente. Soprattutto per quella povera gente laggiù!”- mi confida abbassando lo sguardo. “L’unica a non avere paura era Ndunetta. Entrava ed usciva dalla capanna come niente fosse. Ci dava coraggio!”- mi ha confidato. Ed un sorriso mi è passato sul cuore ogni qualvolta sento parlare di lei. Di Ndunetta. La mia nonna senza paura. Questa è la storia di alcune testimonianze raccolte. Questa è la storia di chi del terremoto non ha visto cadere case e strade, ma che da lontano ha pregato per chi ha perso tutto. Questa è la storia di tante storie, accomunate dalla paura e dalla voglia di mettersi insieme tutti, per fermare il tremore del cuore. Questa è la storia di tante persone che ieri erano ragazzi, bambini, giovani adulti e che oggi sono diventati grandi ma che non hanno dimenticato. C’è chi oggi è una stella e non può raccontarmi di ieri, eppure c’è e brilla nei ricordi di chi c’è e racconta… come la mia cara nonna Ndunetta, la nonna che non aveva paura, la donna che in una cucinella sotto una capanna di lamiere si prodigava per dare un po’ di normalità a chi aveva paura. Latte caldo per il piccolo Vincenzo, caffè di notte per chi voleva restare sveglio e camomilla per chi non riusciva a stare dietro i battiti del cuore. Tante furono le notti e i giorni passati fuori casa, nei cortili, nelle macchine. Ciò che accomuna queste testimonianze è il pensiero costante verso chi in Irpinia aveva perso tutto ed il ringraziamento di essere stati risparmiati da tale sciagura. Il vicinato gomito a gomito, la paura divisa in pezzetti per farla pesare di meno addosso, la pasta per tutti i bambini, le coperte di tanti colori a coprire file di letti mai viste prima. L’essere vicini e raccontarlo testimonia che l’uomo da solo non può nulla, ha bisogno di stare insieme agli altri, per sopravvivere, per amare ed anche per piangere.

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