“Noi siamo dei grembi con due gambe.”

Recensione: “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood.

“Noi siamo dei grembi con due gambe, nient’altro: sacri recipienti, calici ambulanti”.

Ad essere cose, involucri disumanizzati e non più persone, vengono ridotte le donne fertili nel famoso romanzo distopico “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. Ambientato in un regime totalitario e teocratico, nello stato immaginario di Gilead, il romanzo è stato scritto tra il 1984 e il 1985, ma è tornato alla ribalta grazie alla serie TV “The Handmaid’s Tale”.

Le parole della scrittrice ci portano nella mente della voce narrante, di cui non conosciamo il vero nome poichè alle donne raccontate nel romanzo viene tolto ogni segno di riconoscimento, per impedire loro di ritrovare gli affetti di cui sono state brutalmente private. Le donne diventano cose senza nome proprio e vestite in modo anonimo, senza slanci, senza sorrisi, senza vitalità, vittime dei cosiddetti “Occhi”, le spie del regime che sembrano evocare il romanzo di George Orwell, “1984”.

In particolare, l’ancella Offred, nel ripercorrere i ricordi di un passato che non può dimenticare, racconta di essere stata madre, ma di sua figlia non sa più nulla. Le è stata portata via in un disperato tentativo di fuga, le è stata strappata dalle braccia e, poi, è sparita. Di lei le restano le immagini mentali della sua infanzia, nostalgiche reminiscenze a cui aggrapparsi per non morire.

Il quadro politico e storico del romanzo resta sullo sfondo poichè la scrittrice decide di dedicare ampio spazio all’aspetto introspettivo della voce narrante. Resta, in ogni caso, importante ricostruirlo per comprendere meglio come si possa arrivare a tale livello di involuzione per l’emancipazione femminile.

In seguito ad un colpo di stato contro il governo statunitense, che abroga i principi costituzionali ed annienta la libertà delle donne, si insedia un regime di ispirazione biblica, capace di creare un sistema finalizzato alla sottomissione femminile e alla procreazione. Margaret Atwood, infatti, immagina una società devastata dall’inquinamento radioattivo e chimico, nella quale le nascite sotto ridotte allo zero. I pochi bambini che vengono dati alla luce, spesso, sono “deformati” e malati. Il principale morbo di cui è affetta la popolazione è la sterilità. Per ovviare a tale situazione, che rischia di impedire la prosecuzione della “razza umana”, la struttura della società viene modificata radicalmente. Alle donne viene tolto ogni potere: vengono private dei loro risparmi, i loro conti bancari vengono bloccati, vengono licenziate dai lavori che fino a poco tempo prima svolgevano e vengono inserite, in base alle proprie caratteristiche, in una piramide gerarchica a compartimenti stagni, dominata dagli uomini. Alle donne istruite, ma in età non più fertile e senza figli, viene riservato il compito di diventare ed essere “Zie”, ossia complici del regime, in seguito ad un processo psicologico di conformazione ai dettami della nuova teocrazia, che è simile a quello usato per le carni: prima c’è la “battitura”, consistente nell’uso della violenza e della coercizione; poi segue la “marinatura”, che si traduce in una fase di edulcorazione, dedicata esclusivamente a queste donne, alle quali vengono dati riconoscimenti e privilegi che per le altre sono, oramai, inaccessibili. Tuttavia, al vertice della piramide sociale non vi sono le “Zie”, ma le “Mogli” dei Comandanti, uomini che si sono distinti per ricchezza e conoscenze utili al sistema. Tali donne vengono assistite nelle faccende domestiche da altre donne meno abbienti, chiamate “Marte”. Le Mogli dei Comandanti, incapaci di procreare, sono legittimate a servirsi delle “Ancelle”. Tale legittimazione ha la propria origine nel passo biblico che ha come protagonisti Rachele e Giacobbe.

Rachele disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, se no io muoio!

Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: “Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?”

Allora ella rispose: “Ecco la mia serva Bila. Unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei.

L’ossessione della necessità della procreazione, suffragata dalla “parola di Dio”, costituisce la base della cosidetta “Cerimonia”: il rito sessuale compiuto, con cadenza regolare, tra Ancella, Comandante e Moglie, vissuto senza alcun coinvolgimento emotivo ed in modo terribilmente e totalmente asettico.

“Giaccio supina, completamente vestita tranne che per le mutande, di sano cotone bianco (…). Più su, verso la testata del letto, è distesa Serena Joy, con le gambe divaricate. Io giaccio tra di esse, la testa sul suo stomaco, il suo osso pubico sotto la mia nuca, le sue cosce ai lati. Anche lei è completamente vestita. Tengo le braccia alzate, lei stringe le mie mani nelle sue, a significare che siamo un’unica carne, un unico essere. In realtà significa che è lei ad avere il controllo del processo e quindi del prodotto. Se ci sarà. Gli anelli che porta sulla mano sinistra mi tagliano le dita. Può darsi che sia o che non sia una vendetta.

La gonna rossa mi viene tirata su fino alla vita, non più su però. Lì sotto il Comandante sta fottendo. Ciò che sta fottendo è la parte inferiore del mio corpo. Non dico fare l’amore, perchè non è ciò che sta facendo. Anche copulare non è l’espressione esatta, perchè indica la partecipazione di due persone mentre qui solamente uno di noi è coinvolto. Neanche parlare di stupro sarrebbe giusto, perchè non sta succedendo nulla che io non abbia sottoscritto”.

La violenza psichica e fisica subita dall’Ancella coinvolge pienamente il lettore, che segue la sua storia con il fiato sospeso, perdendosi nelle sue paure, nelle sue solitudini e nei suoi indicibili dolori. Ma le vittime non sono solo le Ancelle. Anche le Mogli soffrono e, a modo loro, cercano di sopravvivere.

Tra le pagine si riflette un angoscioso senso di impotenza di fronte alla privazione della libertà femminile, fagocitata da un sistema studiato in ogni minimo dettaglio per sopprimere ogni atto di ribellione strutturato ed organizzato. Se tale sistema presenti, in realtà, delle falle non è dato saperlo, visto il finale aperto di questo primo romanzo, ma, di certo, la sua lettura ha la capacità di smuoverci da dentro, suscitando un senso di oppressiva inadeguatezza nei confronti di un mondo inquietante, che, seppur distopico, si fa fatica a dimenticare.

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