“L’orrore nei manicomi”.

Recensione: “Grande meraviglia” di Viola Ardone.

“È più comodo tenere tutti i difettosi in un unico posto nascosto, così nessuno li vede e non esistono più “.

I “difettosi” a cui si riferisce Viola Ardone sono i matti, i folli, i malati di mente, tutti coloro che, non essendo “normodotati”, erano reclusi, con lo stigma di reietti, nei manicomi. È proprio un manicomio, il “Fascione”, il luogo in cui nasce e cresce Elba, la figlia della Mutti.

La Mutti è una donna mandata al Fascione per il suo comportamento riottoso e per la sua indole libertina. Così si legge sulla sua cartella clinica. Si tratta, dunque, di una donna sana, che, pur di portare avanti la sua gravidanza extraconiugale, accetta di vivere in mezzo ai matti, che, poi, così matti non sono. La forza di questa madre si disvela tutta nelle dolcissime, malinconiche e strazianti pagine del romanzo: Elba, grazie alle parole della mamma, cresce credendo di vivere in una realtà parallela rispetto alla società che c’è fuori, il Fascione per lei è il “mezzomondo”, la casa dei matti dove i cristiani sembrano gatti, “gatti da legare”. Come Benigni, nel capolavoro “La vita è bella”, tenta di rappresentare al figlio una realtà edulcorata, celandogli gli orrori della guerra e dello sterminio antisemita, così la Mutti gioca con la figlia, inventando un mondo fatto di scherzi e risate, che anelano alla normalità e alla libertà. Tuttavia, nonostante la giovane età, Elba ha coscienza dell’inferno circostante. Scrive, con attenzione certosina, il suo “Diario dei malanni di mente”, dove diagnostica le patologie dei malati, nella speranza di trovare per loro una vera cura. Assiste allo sfacelo totale provocato dagli elettroshock, con la cruda consapevolezza di essere testimone impotente di orrori quotidiani, che, nel tempo, hanno acquistato il banale connotato della triste normalità.

“Nessuno verrà ad abbracciarci, dobbiamo abbracciarci da sole, altrimenti finiamo alla cinghia o all’elettricità. Ognuna è spaiata qua dentro, siamo bambole rotte che non vale la pena di riparare”.

“Conosco le voci che escono dal petto delle donne e degli uomini, come caverne di primitivi nelle notti senza fuoco.

Conosco le cinghie che ti tengono, ruvide come carezze di disperazione, perché tu non ti faccia del male.

Conosco il tanfo di ogni dolore: puzza di sudore, di piscio e di sangue, puzza di medicine, puzza di fumo, puzza di zuppa di cacca di vacca, ognuno ha la propria. Forse per questo le sorveglianti ci mandano a fare la doccia tutte le mattine, per toglierci la puzza del dolore”.

Questo dice e pensa Elba. La sua unica certezza è la mamma. Ma anche la Mutti sarà vittima dei disumani metodi “curativi” del manicomio. Allora lì Elba si sentirà persa. Avrà davanti, nel gelo di una giornata di neve, una madre irriconoscibile, senza più memoria, sventrata del suo passato e dei suoi affetti, incapace di amare, di amarla ancora.

Nella più cieca rassegnazione, e nonostante il dolore della solitudine, Elba troverà il modo per sopravvivere. Con l’attuazione della legge Basaglia e la conseguente chiusura dei manicomi, uscirà dal mezzomondo per conoscere finalmente il mondo vero, quello fuori. Sarà aiutata dal “dottorino”, il rivoluzionario Fausto Meraviglia, un uomo controverso e dalla vita privata disastrata, che, però, proprio come Elba, scava nel profondo dell’anima dei malati e non accetta l’elettricità come cura dell’anormalità.

Con uno stile di scrittura musicale e poliedrico, capace di raccontare la medesima storia da una molteplicità di prospettive e punti di vista, Viola Ardone ci regala, ancora una volta, un romanzo di formazione introspettivo ed originale, dove si fa labile il confine tra pazzia e normalità, dove la sua inconfondibile prosa si mescola, meravigliosamente, a guizzi di straordinaria poesia:

“Certe volte la tristezza è una mano che accarezza,

che ti porta dentro un fosso,

ed il mondo cade addosso”.

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