L’origine del mio dolore: l’endometriosi.

Endometriosi” è una parola che ho sentito pronunciare per la prima volta a venticinque anni, quando, spaventata, mi sono ritrovata in uno studio ginecologico, stanca di non capire da dove provenisse il mio dolore.

Il mio corpo, da anni, durante il periodo del ciclo mestruale, urlava un dolore atroce ed invalidante. Le più banali attività quotidiane mi erano precluse. In quei giorni ero costretta a stare a casa, programmavo le mie attività, cancellando dalla mia agenda le giornate delle mestruazioni, consapevole che, in quel frangente di tempo, la mia vita doveva essere messa in attesa. In attesa che il dolore terminasse. Non mi capacitavo del perché la natura mi costringesse a stare così male. Mi sentivo incompresa. Mi sentivo dire “alla tua età per un ciclo mestruale, stai a casa?!? E cosa farai quando partorirai? Sei troppo debole!”

Il mio unico pensiero era il desiderio di smettere di sanguinare per poter tornare a camminare, senza dovermi piegare in due, e per poter tornare a respirare. Il dolore si insinuava, subdolo, dentro di me; mi fagocitava, mi estraniava, facendomi sentire un’aliena, fatta di lamenti e tormenti fisici, incomprensibili per chi, donna come me, non sentiva come me ed insieme a me. Perfino la bellezza del piacere intimo era, per me, una chimera. Mi vergognavo a parlarne. Mi sembrava di dar voce a pensieri inconfessabili, chiusa com’ero nella prigione di silenzio bigotta che alcune realtà sociali tendono, spesso, a costruire. Mi ero quasi convinta di essere sbagliata, di essere una donna eccessivamente fragile; ero arrivata a pensare che, forse, le voci che sentivo corrispondessero a Verità, non ero adatta al parto, visto che non sopportavo nemmeno il ciclo, e che il mio corpo fosse sganciato dai miei pensieri e dai miei desideri. Eppure, anche nei momenti più bui, nei quali stavo per rassegnarmi a credere che quel dolore fosse normalità, la curiosità di capire, di indagare, di trovare una spiegazione era viva dentro di me, come un barlume di luce che, pur essendo effimero, non si lascia spegnere dalle tenebre del pregiudizio e dell’ignoranza.

Seguendo quel brandello di luce, ho deciso, un giorno, di mettere a tacere i pensieri negativi che mi tormentavano e di rivolgermi ad uno specialista. Avevo bisogno di certezze. Il ginecologo, dopo aver trovato dentro di me una cisti “cioccolato”, gremita di sangue, mi spiegò, in modo semplice e comprensibile, con l’ausilio di un disegno, che il mio dolore aveva un nome preciso. L’endometriosi, dal greco antico ἔνδον (dentro) e μήτρα (utero),  è una malattia che può insediarsi nell’utero. Quando l’utero si “sfalda” per produrre il ciclo mestruale, può accadere che il “prodotto” dello sfaldamento, invece di fuoriuscire, faccia il percorso inverso, tornando indietro. Il sangue, così, si trova a sedimentarsi dove non dovrebbe essere. La cisti andava rimossa con un intervento e la mia patologia, recidivante, necessitava di una cura costante, con la quale dovrò convivere a vita. Non solo. Le donne che soffrono di endometriosi potrebbero avere anche problemi di fertilità. Mi sono operata, affidandomi a quelle parole. Mi sono sentita fortunata: la mia sofferenza fisica aveva finalmente una diagnosi, dalla quale partire per attenuare la problematica. Mi sono, poi, documentata. Non ero, purtroppo, l’unica donna sulla faccia della terra ad essersi sentita sbagliata e diversa a causa di una patologia ancora troppo poco conosciuta. Per troppo tempo, troppe donne hanno accettato di vivere imprigionate in quel dolore, nell’assenza di piacere, perché, evidentemente, convinte che tutto fosse naturale, appartenesse all’ordinario decorso delle cose. L’assenza di consapevolezze e di richieste di aiuto ha rallentato il progresso scientifico sulle cause dell’endometriosi. La nostra salute intima e fisica è, invece, fondamentale. E’ un diritto di cui non possiamo privarci.

 Se solo di certe malattie si parlasse di più, ne sono certa, sarebbe più semplice, per altre donne, affrontare il proprio dolore. Dobbiamo imparare a volerci più bene, a non sentirci strane nelle nostre difficoltà femminili, a chiedere aiuto. Credo che questo sia il primo passo per ottenere il riconoscimento dell’endometriosi come malattia invalidante a tutti gli effetti, che blocca le nostre potenzialità. Attraverso il dialogo e l’ascolto, ogni donna può liberarsi dalla prigione di silenzio asfissiante intorno a lei e continuare a fiorire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *