L’EROE ROMANTICO DI PIETRO CASTELLITTO: IN ENEA LA PARTECIPAZIONE È LIBERTÀ. MA È PURE RESISTENZA

Per me le strade sono due – dice Enea nell’inquadratura iniziale del film – o quella individuale o quella clanica. Noi siamo un clan mamma?”. Così Pietro Castellitto inaugura o forse chiude un percorso filmico che lo vede al centro della scena come regista, sceneggiatore e protagonista. Con EneA, presentato nell’ultimo festival di Venezia e dall’11 gennaio al cinema. La prima scena rappresenta il senso di tutta l’opera. Un film sulla famiglia, sulla rabbia, sull’incompiutezza, sul rimorso, sull’amore, sulla resistenza, sull’amicizia, il denaro, il potere e la potenza, sulla certezza di “restare nella fica” e la voglio di uscirne. Enea è uno che ci vuole uscire dal ventre materno, dalla propria comfort zone. Vuole conoscere il mondo, capirne il senso profondo e alla fine resta vittima di questo slancio vitale che sente prepotentemente.

Cosa resta di una generazione abbandonata, disillusa, accanita e senza direzione, con la rabbia che sale sul dorso del rimorso di non aver nulla davanti a sé se non le macerie familiari e l’assenza del loro sguardo? Enea è questo e tanto altro, un’opera esplosiva che ci porta nelle pieghe più feroci del clan familiare e da cui non se ne esce, se non a pezzi.

Enea ha la sua sigaretta elettronica, le sue cuffiette – che indossa sempre pur non usandole – il suo sguardo affamato e miope, ha un negozio di sushi, mangia il pesce nei ristoranti di classe ma non sa distinguere tra merluzzo e triglia e non sa se abbinare bianco o rosso. Ci sono crepe profonde nel suo sguardo, vizi precisi nel suo portamento, ha una limousine che lo scorta da una festa all’altra, conosce tutti, stringe mani e fa la sua parte. Un giorno un suo conoscente gli dice che deve piazzare e vendere consistenti chili di cocaina, e sembra riuscirci con il suo amico Valentino. Per sentirsi vivi, i due, si inventano una guerra in un mondo in cui i baci non esistono – vengono censurati e mai inquadrati, se ne sente solo il forte suono. “Il bacio è un momento d’intimità, così puro e bello che il mondo non lo merita” – dice Pietro in uno degli incontri che si sono tenuti nei cinema d’Italia in occasione dell’uscita del film. Roma è una città che spoglia in questo racconto, che denuda i suoi personaggi, come una bocca pronta a mangiare tutto ciò che trova e resta lì, sullo sfondo dove brulicano quelli che fanno yoga, quelli che spaccano gli appartamenti con una mazza da baseball, quelli che vivono di risse, depressione e che fanno gli aviatori per sentirsi liberi.

Enea è un giovane borghese, cresciuto in una famiglia ricca: il padre (Sergio Castellitto) è uno psicologo di successo, la madre (Chiara Noschese) è una giornalista che conduce una rubrica televisiva sui romanzi del momento. Per sfuggire alla noia e accrescere la sua potenza (non il potere) decide di mettere in piedi un affare da venti milioni di euro con l’aiuto di Gabriel (Matteo Branciamore), un guercio proprietario della discoteca più frequentata di Roma, e un narcotrafficante di nome Giordano (Adamo Dionisi).

Enea è un film in cui le vicende dinanzi alle quali ci troviamo accadono senza un preambolo o un epilogo: l’occhio dello spettatore segue la camera, l’inquadratura, senza dover fornire troppe spiegazioni sul perché e sul come. Una scelta stilistica che restituisce un risultato quasi verista della scena romana: non c’è la necessità di andare a sbrogliare la matassa dietro il narcotraffico o preoccuparsi delle guerre tra gang, tantomeno quando compariranno le pistole, gli spari, le minacce, le percosse.

L’occhio di bue è così puntato sul presente e sul momento, su ciò che accade a Enea, sull’incontro con Eva (Benedetta Porcaroli) e ciò che significa per il protagonista. La bolgia di interpreti, compreso il fratello minore Brenno (Cesare Castellitto), è un miscuglio di vicende che confluiscono in un mal di vivere, in un desiderio di far cadere la propria maschera per rivelare qual è il disagio interiore.

La vera originalità di questo prodotto è lo stile tragicomico e grottesco, ironico e bizzarro, elettrico e schizofrenico, tra palme che cadono e leggende su un cuoco giapponese che fa l’amore con i salmoni. Unito a una narrativa eccentrica e a un’affascinante scelta visiva, ricca di simbolismi, luci calde, riferimenti filosofici (Nietzsche, il caos e la stella danzante ma anche Spinoza con la distinzione tra potere e potenza), con inquadrature riflesse sui vetri e scene all’incontrario, il regista restituisce delle vicende quasi irreali e nevrotiche ed un racconto in cui predomina l’estetica. Il tutto è colloquiale, è immediato, è veloce: strappa risate allo spettatore, che viene investito da quell’uso lessicale che fanno i personaggi. Non si cerca di essere aulici, né di voler abbracciare un qualcosa che non ci appartiene. E infatti, l’aspetto psicanaliticamente più interessante, in un film che gioca d’accumulo, è il modo in cui Pietro Castellitto mette in scena Celeste, il personaggio del padre, morto dentro proprio come tutti gli adulti borghesi e pasciuti del film, perbene ma crepati e falliti, tra depressioni e Tevere Country Club. In questo scontro generazionale tra padre e figlio c’è la vera vocazione del film, un rifiuto impetuoso e paradossalmente romantico dell’apatia e del nichilismo.

Tra tutti i personaggi, merita una menzione particolare Giorgio Quarzo Guarascio, in arte Tutti Fenomeni, il migliore amico di Enea, Valentino. È lui la vera rivelazione del film. Un ragazzo solo e cinico, con il pensiero di una madre ricoverata che ha tentato il suicidio, che vive di fatto le sue giornate con Enea e la famiglia e gli amici di lui. Insieme devono affrontare una reazione a catena dalle conseguenze estreme di cui proprio Giorgio è una pedina fondamentale. Ci appare come frastornato da un’aura di profonda malinconia. È un ragazzo intelligente, eppure sniffa cocaina e cerca un modo per sfuggire alla vita. E lo fa, regalandoci una tra le scene più coinvolgenti e toccanti del film dove si mescolano l’invincibile sentimento – omoerotico e senza retorica – della relazione incompiuta e inespressa con Enea e l’infaticabile incoscienza di un ragazzo che la vita se la voleva solo mangiare.

È un film sulla giovinezza, EneA. Quella giovinezza che appartiene a tutti, indipendentemente dall’anagrafe, coloro che resistono e non si arrendono. Dove c’è ancora l’anelito a una purezza inviolabile, c’è ancora vita, quella vita che spinozianamente “vuole continuamente sé stessa”, e volendo continuamente sé stessa è pronta a sacrificarsi, a rinunciare a tutto per un attimo di bellezza, per un’emozione non ancora codificata dalle fredde geometrie di una società mortifera, fatta di nulla, di ripetizione insensata e di cocci rotti.

È tutta qui l’intimità del film. In una volpe che passa come un’ombra e ci ricorda che la vita deve tornare alla sua dimensione naturale, nella terra vista dalla luna in una poetica inquadratura che dura poco ma che forse racchiude il senso lirico di tutto il film, nella lettura da parte di Celeste della lettera di un suo paziente che lo ringrazia per avergli insegnato a resistere, anche solo un giorno in più. In questo senso, la scena forse più bella è dedicata ai due gangster che in macchina evocano la mamma con infinita tenerezza poco prima di essere ammazzati a sangue freddo. La scena del Natale, in cui lo zio rievoca il ricordo del capitone che fuggiva dalla cucina della nonna come un’anguilla, tra risate, credenze, superstizioni e il diavolo.

E ancora, l’umanità di Giordano che si contrappone alla corrotta mente calcolatrice di Oreste Dicembre. Giordano è un criminale che ricorda ad Enea di baciare la sua ragazza e di non vergognarsi, di farci un figlio e volergli bene. Perché poi ad un certo arriva la vecchiaia. E che senso ha se non si ha nessuno accanto da baciare? Infine, l’unico bacio mostrato sullo schermo. Un finale tragico e bellissimo, simbolo di potente rinascita che lega indissolubilmente la morte e la vita.

“Macte nova virtute, puer, sic itur ad astra”. Coraggio, fanciullo, è così che si arriva alle stelle. (Virgilio)

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