L’arte non è né lunga, né breve, né niente. L’arte è vivere ogni giorno come Alice e le sue Pupille. Sfidare l’oscurità per baciare la vita

Perché, se i Cortometraggi sono importanti, restano sempre poco popolari? Le ragioni sono varie. Principalmente di tipo storico, culturale e commerciale. Ma non è sempre stato così, e non è detto che le cose non cambino ancora in futuro, ma avendo costi minori rispetto al film il cortometraggio si è via via evoluto nel corso del Novecento come un formato con funzioni eterogenee e, da un certo momento in poi, adatto a una maggiore sperimentazione. Questa condizione, insieme alla limitata distribuzione, ha progressivamente ridotto le probabilità che i cortometraggi venissero visti e apprezzati da un pubblico più ampio , e ha fatto sì che diventassero il formato comunemente associato a registi alle prime armi e agli appassionati di cinema. La stessa tendenza si riscontra anche nella letteratura, attestata dal fatto che da un paio di decenni i romanzi stanno diventando mediamente più lunghi. Questo perché la lunghezza tende a essere spesso pericolosamente confusa con la qualità artistica, mentre la brevità è spesso considerata indice di superficialità.

I cortometraggi ebbero tuttavia un’evoluzione particolare. Per i primi anni della storia del Cinema il tempo si misurava in bobine e il formato breve non fu una scelta artistica bensì l’effetto di una limitazione materiale: tutti i film quindi erano cortometraggi. Costavano meno dei film lunghi, da ogni punto di vista: dal casting alla produzione. All’inizio consistevano in una singola inquadratura di qualche secondo, e diventarono più lunghi man mano che il cinema acquisì maggiore popolarità e valore commerciale. La loro progressiva marginalizzazione li ha resi un “campionato minore”, un terreno fertile in cui sperimentare idee, soggetti e personaggi prima di utilizzarli per fare eventualmente dei lungometraggi. L’idea che il cortometraggio fosse una sorta di “prova generale” circolò in molti paesi e contesti diversi, inclusi quelli con una lunga tradizione cinematografica, come la Francia.

Godard descrisse i cortometraggi come un’opportunità per i registi emergenti. Essi sono “utili al cinema come gli anticorpi alla medicina”. Un altro critico statunitense, Richard Brody, aggiunse che i cortometraggi possono anche avere per alcuni registi una funzione di esplorazione di stili e temi su cui non hanno le idee ancora del tutto chiare. Via via il cortometraggio è divenuto una forma di intrattenimento, basti pensare che anche le pubblicità possono essere considerate dei corti. Molti registi infatti ne hanno prodotti in quantità, finanziati dalle grandi case di moda e con i loro abiti usati come costumi (tipo Anderson ne realizzò due per Prada e uno per H&M).

Molte opere italiane oggi dimostrano che il cortometraggio avrebbe bisogno di ritrovare i propri spazi, per parlare a un pubblico italiano a cui ancora troppo spesso piace convincersi di una presunta inferiorità del cinema italiano. Gli autori, nel cinema italiano, ci sono eccome, anche e soprattutto tra i più giovani, e il cortometraggio è un’opportunità importante per farsi riconoscere. È fondamentale, da spettatori, cogliere queste occasioni; è fondamentale, da professionisti del settore, lavorare per ripensare l’infrastruttura del cortometraggio dal punto di vista produttivo e distributivo, per non lasciare che i corti continuino a rimanere sullo sfondo del panorama cinematografico insieme alle promesse artistiche dei giovani registi. Così facendo rischiamo di perdere nuovi autori e, soprattutto, grande cinema.

Grande cinema proprio come quello di Alice Rohrwacher. E allora veniamo a noi.
La Rohrwacher dirige un cortometraggio pieno di vita, di desiderio e di movimento, che inneggia alla disobbedienza umana e al potere dell’immaginazione. Candidato agli Oscar 2023 e prodotto da Alfonso Cuarón, LE PUPILLE è il miglior cinema italiano che si possa immaginare. Sì, cinema. Anche se è definito cortometraggio e la sua durata sfiora i quaranta minuti. Che meraviglia, che sorpresa. Un lasso di tempo limitato in cui la regista libera tutte le sue note poetiche, già rintracciate nei suoi lungometraggi.

Partendo da una lettera scritta da Elsa Morante e inviata all’amico Goffredo Fofi, Alice realizza una piccola storia che custodisce un pensiero esplosivo. In mezzo, il bisogno di muoversi, la ricerca della luce, le notizie dal fronte e una divina zuppa inglese, che potrebbe rovinare il Santo Natale di un austero collegio religioso.

Le pupille, che in latino significa bambine, è un gesto di rivoluzione che tenta di essere soffocato, è una favola accartocciata sulle pieghe oscure di un’Epoca malvagia, è il lampo che chiude un temporale e anticipa la primavera. Un racconto che spinge sui sorrisi raffermi di un gruppo di bambine orfane, chiuse da quattro mura che diventeranno il trampolino di lancio per una necessaria e strepitosa fantasia. Di contro, dovranno fare i conti con la rigidità della Madre Superiore, interpretata da una meravigliosa Alba Rohrwacher. Una figura volutamente sintetizzata nel suo sguardo torvo che non concede alle bambine nulla che non sia il credo ossessivo nei confronti di Dio. Il resto è sacrilegio, è cattiveria, è impurezza. Guai a lasciarsi andare alla fantasia, guai pensare a quel ritornello ascoltato alla radio. Perché non deve esserci tentazione alcuna, non bisogna mai cedere al Demonio. Ma, in un gesto di altissimo cinema, ecco che si compie il miracolo: anche l’oscura Madre Superiore si concede un barlume di sole, filtrato da uno dei vetri sporchi del refettorio. Un miracolo che si realizza in un solo istante, l’intuizione che rende Le Pupille un cortometraggio speciale, tanto vicino alla magia come all’anarchia.

Perché l’intento della Rohrwacher è di quelli autentici, diretti: spingere ad una libera e pura disobbedienza, sottolineare l’irrefrenabile istinto alla vita che serpeggia anche laddove non c’è più luce. Fuori c’è miseria, povertà, carestia. Non si spera più tra le strade. Sarà l’entrata in scena della zuppa inglese, citata in quella lettera di Elsa Morante, che rompe gli schemi e altera i pensieri delle ragazzine.

Oggetto di desiderio, illusione e miraggio. Ma anche gesto d’amore e di condivisione, in quanto l’unica fetta va alla protagonista, interpreta dalla piccola e stupefacente Melissa Falasconi, che ha abbracciato una lotta in nome del desiderio. E le pupille del titolo, dunque, sono anche gli occhi che scrutano quell’enorme e brillante dolce. Quello sguardo che possiedono le bambine: uno sguardo impossibile da ammaestrare, insubordinato e ribelle, incredibilmente vitale e pieno d’amore.

«Dentro i nostri occhi ci sono delle bambine, le pupille appunto, che sono libere, selvagge, che sanno essere vivaci anche quando il nostro corpo non può muoversi, come nel caso delle piccole protagoniste che devono sottostare alle dure regole della scuola religiosa nella quale si trovano» – ha affermato la regista.

E allora sì, oggi è Natale, oggi si può, ogni giorno si può. “Ba-ba-baciami piccina… Con la bo-bo-bocca piccolina… Dammi tanti tanti baci in quantità… Ma questi baci a chi li devo dar?”

A tutti i bambini del mondo, quelli che soffrono e quelli che ridono. Ai bambini fortunati e, ancor di più, a quelli sfortunati. Alla vostra immensa forza di guardare oltre ogni possibile male, oltre ogni inutile guerra. Alle vostre pupille, che guardano il mondo e che lo rendono migliore. Disobbedite, siate liberi, volate via. Per sempre.

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