L’anima è una questione di chimica. Breaking Bad: il dramma storico dell’evoluzione portato sullo schermo da una delle serie più epocali della tradizione televisiva

Fuori piove, la pioggia batte la sua danza e suona la sua musica. Così questa diventa la giornata giusta per rivedere un episodio di un capolavoro geniale e irripetibile. Ci sono cose più o meno facili di cui parlare. Ci sono serie tv e film più o meno facili da recensire. Ebbene, provare a contenere in un’unica volta tutti i motivi per cui Breaking Bad, di Vince Gilligan, è di gran lunga la miglior serie televisiva mai prodotta nella storia, rappresenta impresa ardua.

Una messa in scena potente e intensa che ci introduce nella vita dell’antieroe per eccellenza. Non è semplicemente la storia di un professore di chimica che alle battute finali della propria vita decide di mettersi a produrre metanfetamina per salvare la sua famiglia, e poi prendendoci gusto si mette in testa di diventare un criminale leggendario. Per Walter White l’ascesa criminale rappresenta la rivalsa rispetto ad una vita che gli ha dato troppo meno rispetto a quel che lui si aspettava. Walter White è un genio. Ma si ritrova a fare una vita da uomo medio, lui che di medio non ha proprio nulla. Perché quello che a White è sempre mancato, prima del fatidico 50esimo compleanno, era la determinazione. La voglia di emergere dalla mediocrità, la voglia di diventare chi poteva essere davvero. A White mancava la personalità. Ossessionato e terrorizzato da tutto, ha dimenticato di vivere. Per davvero. Schiavo di un carattere che proprio non voleva saperne di uscir fuori, Walt si è trincerato in un oblio mentale autodistruttivo. Ma ad un certo punto quella diagnosi: lung cancer, inoperable. E paradossalmente, White torna a vivere. Comincia a vivere. Proprio mentre sta per morire. La voglia di dimostrare al mondo intero di essere ciò che lui ha sempre saputo di essere, non ha stimolato a dovere White. Ci voleva qualcosa di più forte per svegliarlo. La morte incombente. La famiglia. Che però da fine si trasforma in mezzo. Con la scusa di aiutare la famiglia, White aiuta sé stesso ad uscire finalmente fuori per quel che è davvero. Solo che lo fa immergendosi nel lato oscuro.

Si scopre carismatico White, non solo intelligente. Si scopre Heisenberg. Un genio del male per mancanza di alternative. Poteva essere anche un genio del bene, ma ormai era troppo tardi. Non c’era tempo per diventare Premio Nobel per la Chimica, non c’era tempo per diventare multimilionario facendo le cose per bene. Diventare il più grande produttore di metanfetamina d’America era l’unico modo per farsi ricordare, per far scrivere il suo nome a caratteri cubitali da qualche parte. E non gl’importa più del conto da pagare, che prima o poi sarebbe arrivato – salatissimo – White ad un certo punto vuole solo diventare leggenda. Il suo genio esplode, rinasce. E rinasce anche fisicamente, perché il cancro ad un certo punto sparisce. Per lui si tratta di una sorta di vendetta cosmica, nei confronti di chi lo ha sempre sottostimato. ‘Say my name’. il momento più alto dell’ascesa di WW. E non tanto criminale, quanto caratteriale. White ha finalmente la forza di guardare in faccia l’interlocutore, chiunque esso sia, senza il timore di esserne sopraffatto. Ed ha pure la sfrontatezza di chiedergli di pronunciare il suo nome. Ad un certo punto rimane completamente schiavizzato dal suo ego. Perde contatto con la realtà, diventa inverosimilmente narciso e rimane solo. Prima era solo con le sue paure, poi rimane solo con il suo autocompiacimento compulsivo. Sarà così preso da sé stesso che viene sgamato dal cognato poliziotto Hank in maniera addirittura banale per uno come lui. Di lì in poi è un susseguirsi di eventi che porteranno alla fine della sua rapida – ma indelebile – leggenda. Il cancro torna, come a punirlo per le sue malefatte. White però non demorde e prima di morire riesce a saldare il suo conto. Si libera dei suoi nemici, muore ucciso da sé stesso. Non è il cancro ad abbatterlo. Ne la polizia riesce a prenderlo. Muore crivellato dagli stessi colpi provenienti dall’ultima macchina infernale che ha inventato dal nulla. Muore nel suo laboratorio, il luogo più importante delle sue vite. Sia della vita di Walter White, che della vita di Heisenberg. Maledettamente poetico.

Breaking Bad può lasciare in regalo allo spettatore un insegnamento strepitoso: non bisogna aspettare che la propria vita scorra lentamente, prima di decidersi a tirar fuori il proprio potenziale. Non bisogna aspettare di non aver più nulla da perdere, per mettersi in gioco una volta per tutte. Non bisogna aver paura della vita. Bisogna viverla. E bisogna viverla prima di trovarsi in punto di morte. Altrimenti è altissimo il rischio di pentirsi. E considerevole può essere anche il rischio di incorrere in scelte sbagliate.

Vi avrei voluto parlare pure della bravura incredibile degli attori, della superlativa caratterizzazione di tutti gli altri personaggi, da Skyler a Jesse, passando per Hank, Mike, Walter Jr, Saul, Jane, Todd, Gus, Marie e chi più ne ha più ne metta. La prova della loro abilità sta nell’avere interpretato la dinamica nel tempo senza nessuna agnizione, scena madre o conversione sulla via di Damasco, ma con una costante evoluzione e rimessa in discussione e adattamento. Fatecelo dire, proprio come nella vita.
Avrei voluto pure parlare del fatto che Breaking Bad non usa facili escamotage scenici per tenere alta l’attenzione dello spettatore: uccisioni e sesso – pane quotidiano dei drama di oggi – sono centellinati, mai abusati per coprire eventuali buchi della storyline e dare allo spettatore qualcosa di forte a tutti i costi ed immediatamente fruibile. Anche perché buchi nella storyline non ce sono. Ogni dettaglio, alla fine, ha un posto ed una spiegazione precisa. Perché Breaking Bad è perfetto.

Avrei ancora voluto parlare del lavoro sporco, della scienza come metafora della vita, e dei prodotti chimici mortali, l’acido fluoridrico, i fallimenti totali. Indebitamento. Assenza del welfare e di assistenza sanitaria. La rivolta, la trasformazione politica. La Crisi del “maschio bianco middle-class americano” abituato a essere il centro del pianeta, e ora si ritrova impotente e privo di significato. Lontano dal tanto ambito Sogno Americano.

E poi il confine politico e geografico tra Stati Uniti e Messico, forse il più violento passaggio tra potenti e perdenti presente sul pianeta che vede traffico di droga ed esseri umani, e storie, tante storie. Il Messico disperato che desidera (ri-)conquistare gli Usa, gli Usa disperati che desiderano perdersi e (ri-)nascere in Messico, il deserto che li separa e li unisce, tutto è tremendamente reale. E se ne sono accorti gli scrittori americani, che hanno creato il romanzo di frontiera.

Avrei voluto parlare della coppia Jesse/Walt. Padre/figlio. Amore/odio. Un rapporto complesso, vivo, reale. Raccontato da uno straordinario Bryan Cranston, che ha trovato in questo ruolo la sua El Dorado, e di Aaron Paul: un altro attore che si è fatto le ossa, che ha mostrato una capacità drammatica oltre ogni scala e che è riuscito a rimanere sempre accanto, mai troppo indietro, a Cranston.

Grazie. Grazie. Grazie. A Vince Gilligan. Che ha cambiato il modo di fare serie Tv, ci ha regalato qualcosa di nuovo, unico e irripetibile. Vi avrei voluto parlare. E alla fine l’ho fatto. Ma non basterà mai per raccontare questo capolavoro.

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