La meglio gioventù. La storia di un’Italia che si fa letteratura anche venti anni dopo, tra crisi del cinema e difficoltà giovanile. “Forse oggi abbiamo bisogno di rivederlo ancora”

Si avvicina il Natale. I bambini scrivono letterine ed esprimono desideri. Le nonne sono impegnate nella preparazione del cenone. Le mamme e i papà girano tra i negozi alla ricerca del regalo che Babbo Natale lascerà sotto l’albero la notte del 25 dicembre. Per gli studenti universitari invece è tempo di ESAMI!!! Ci vuole coraggio a pronunciare questo sostantivo, soprattutto se coniugato al plurale. Diventa un incubo. È quello che accade alla maggior parte dei giovani che oggi studia in un ateneo italiano. Ci si sente spesso ansiosi e depressi. Irritabili e isolati. Mortificati e ridotti ad un numero, rinchiusi in un sistema che non lascia scampo. In un’Italia in crisi che svuota l’università. In un sistema accademico che deve avere il coraggio di cambiare, per aprirsi a sviluppi che non soffochino i giovani ma li aiutino a crescere.

Ogni anno sono almeno 200 i giovani che si tolgono la vita. Le ragioni sono molteplici, così come sono complessi i meccanismi che regolano la mente umana. Ma seguendo i casi di cronaca sembrano essere soprattutto due le cause: il fallimento negli studi e il diventare oggetto di vessazione da parte dei coetanei. Situazioni diversissime tra loro che però hanno un tratto in comune: un’eccessiva pressione sociale che, se associata alla sensazione di sconfitta individuale, può trasformarsi in un innesco mortale.

L’università è il “palcoscenico” tristemente più utilizzato per mettere in scena il proprio saluto al mondo. Quante volte abbiamo letto di studenti che, all’indomani di un esame andato male o alla vigilia di un’ipotetica laurea (che poi si dimostrava tutt’altro che vicina), hanno deciso di togliersi la vita per non confessare il castello di bugie che avevano costruito attorno alla famiglia. La competizione sfrenata e le aspettative. Il mito della perfezione e il dramma del silenzio. Ogni giorno sono pesi sempre più faticosi, troppo difficili da continuare a trascinare. E si decide di abbandonarli lì, sulla staccionata che divide i parcheggi o sulle scalinate della biblioteca scientifica.

È una storia che ci siamo stancati di sentire. «Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni».

Lo scriveva Pier Paolo Pasolini, autore che darà ispirazione al capolavoro cinematografico di Marco Tullio Giordana. In un momento così drammatico per la gioventù del nostro paese, questo sentimento di riscatto riaffiora più che mai. Violentemente. La meglio gioventù è teatro di storie in cui i volti dei giovani rievocano il dramma della partenza che impoverisce perfino il sole. Quella gioventù che abbandona il paese per emigrare all’estero in cerca di lavoro, andando incontro all’ignoto. La sconfitta e il malessere sono stemperate con il ricorso a una corale euforia e l’atmosfera di grigiore si muta nell’allegria come a volere ignorare la nuova avventura per cercare altrove ciò che nel paese è irrimediabilmente perduto.

Così Pasolini introduce una sintassi profonda, dentro la precisa consapevolezza che coniuga stordimento e disperazione. La meglio gioventù viene dalla letteratura e si fa letteratura. E Giordana si dimostra più uno scrittore che un regista. Raffinato e così attento a narrare le vicende dell’Italia che finirà per creare il suo migliore capolavoro. SEI ORE di film. Diviso in due atti attraverso cui narra le vicende della famiglia Carati, appartenente alla piccola borghesia romana. Il film si concentra principalmente sulle figure di due fratelli, Matteo e Nicola. La storia di due vite diverse che si intrecciano strettamente con i cambiamenti della penisola a forma di stivale.

Sulle orme dei modelli di riferimento del cinema italiano del passato, capaci di riavvolgere il nastro della memoria della nazione (da Una vita difficile di Dino Risi, a C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, a Novecento di Bernardo Bertolucci), La meglio gioventù ripercorre circa quarant’anni di storia italiana attraverso l’unità di misura più rappresentativa del Paese, la famiglia.

Dall’alluvione di Firenze, fino alla strage di Capaci del 1992, passando per il Sessantotto, gli Anni di Piombo e la legge Basaglia, il regista mostra l’evoluzione sociale e politica del nostro paese, ma allo stesso tempo la capacità dei protagonisti di restare a galla e uniti nonostante il dolore e il cambiamento. Senza mai tradire sé stessi.

Soprattutto Matteo, il primogenito, è scontroso, inquieto, tormentato, alla ricerca del mondo vero che si nasconde dietro le maschere. Dovrebbe laurearsi in Lettere, ama la lettura, ma se legge vuole il cuore dello scrittore, non la maschera, e così non riesce a ripetere nozioni letterarie ad un assistente di Sapegno durante l’esame. Rifiuta i baci delle ragazze. Cerca l’oltre e non si accontenta. Osserva il mondo che lo circonda ma non accetta la società e dove essa vada, la televisione vuota e insulsa, la dolcezza delle femmine. La lettura è il suo rifugio, ma più legge, più comprende e più si allontana. Si allontana da tutto: la famiglia, gli amici, non si lega mai troppo a qualcuno o qualche posto, non potrebbe mai accettare di tenere a freno quella sua voglia di assoluto solo con relazioni umane, troppo umane.

Nicola invece è un idealista pronto a inseguire i suoi sogni che, prima lo porteranno in Norvegia, poi dopo la laurea in medicina, a confrontarsi con il mondo della psichiatria e a divenire un seguace di Franco Basaglia mentre Matteo continuerà a rifiutare gli agi che conseguono dall’appartenere ad una famiglia colta, compiendo scelte in assoluta rottura, prima entrando nell’esercito e poi arruolandosi in Polizia.

Nicola e Matteo ci sembrano così differenti nel loro essere esteriormente ed invece sono così simili nella loro profondità personale, e se il primo sembra il più sensibile sarà il secondo a stupire, purtroppo, per una scelta estrema che lascerà sconcertati.

Tra i due fratelli c’è l’Italia, dalla metà degli anni sessanta agli anni novanta, dal ribollire del mondo studentesco agli anni di tangentopoli. Tra le figure che affiancano i due protagonisti, una delle più importanti è senz’altro quella dell’amico fraterno di Nicola, Carlo Tommasi, che dopo la laurea in economia entrerà in Banca d’Italia distinguendosi per le sue qualità di funzionario integerrimo nella vicenda Sindona. Altra figura di rilievo è quella della moglie di Nicola, Giulia, che intrisa fino al midollo di ideali marxisti non saprà resistere alle sirene dell’eversione finendo per aderire alle Brigate Rosse.

Un altro aspetto fondamentale di La meglio gioventù è anche la presenza dei libri: titoli come L’età della ragione di Sartre, Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson o anche le poesie americane – viene citata, ad esempio, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters con il suo verso “se non riuscite in settant’anni non riuscite mai più” – o una fotografia di Hemingway nel cassetto sono simbolo dei sogni utopici di cambiamento e libertà che animano la famiglia Carati, ma che poi tramutano in illusioni e nostalgia del passato che i protagonisti continueranno a coltivare.

Se c’è un film che riesce a coniugare cinema e letteratura, in particolare lo sguardo ampio del primo e la sensibilità e l’introspezione del secondo, quello è sicuramente La meglio gioventù.

Il personaggio di Giorgia è forse la figura che meglio incarna gli intenti letterari del regista. Affetta da problemi psichici, vittima di vessazioni in manicomio e salvata da Nicola e Matteo, la ragazza, con il suo essere eternamente innocente, sospesa nel tempo perché “per lei sembra che il tempo non sia passato”, si fa simbolo della nostalgia verso il passato, dell’attaccamento verso i propri legami affettivi e i sogni disillusi di un paese in rovina. Un paese che cambia pur restando sempre uguale, immobile, in mano agli stessi dinosauri, per citare il celebre dialogo tra il giovane Nicola e il professore universitario. Rimane in fondo la scia di una generazione sconfitta e incompiuta, ma pure uno sguardo di speranza rivolto ai nuovi giovani. Un ideale passaggio di consegne che rimanda al titolo del film, e dunque all’omonima raccolta di poesie di Pasolini, e a quei versi sempre meravigliosi e attuali, oggi come allora.

Si potrebbe continuare all’infinito a decantare le lodi, i temi, la complessità dei rapporti che vengono rappresentati così acutamente in quest’opera – che potrebbe sembrare un atto di presunzione da parte degli autori, trattandosi di un film che esce dai canoni tipici in termini di durata. Ed invece, armoniosamente, concretamente, ma anche profondamente, questo film ci spiega tutti i drammi, i grandi temi e le lunghe pagine della nostra storia recente attraverso le vicende di una famiglia allo stesso tempo qualunque e unica. La pellicola diventa luogo per uno straordinario incontro di grandissimi attori, da Adriana Asti a Luigi Lo Cascio, da Fabrizio Gifuni a Maya Sansa e Jasmine Trinca, e riesce a lanciare un gruppo, che sarà da allora protagonista del nuovo corso del cinema italiano.

Il finale in Norvegia con il giovane Riccardo Scamarcio è, anche vent’anni dopo, un messaggio profondo che emoziona e che Giordana lascia allo spettatore attraverso uno sguardo di purezza e ottimismo, rivolto ai più giovani. Alla meglio gioventù. A tutti noi che possiamo ancora cambiare il mondo.

– Comunque voglio darle un consiglio, lei ha una qualche ambizione? E allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuol fare, il chirurgo?
– Non lo so, non ho ancora deciso…
– Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.
– Cioè, secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?
– E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…
– E lei, allora, professore, perché rimane?
– Come perché?! Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.


DIALOGO FRA NICOLA E IL PROFESSORE NELLE BATTUTE INIZIALI DE LA MEGLIO GIOVENTÙ

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