“La malinconia”.

“In fondo, la differenza tra tristezza e malinconia è questa: che la tristezza esclude il pensiero, la malinconia se ne alimenta” (Nietzsche).

La parola malinconia (o melanconia) deriva dal greco μελαγχολία, termine composto da μέλας ossia “nero” e χολή cioè “bile”. Si tratta di uno stato d’animo che evoca una sensazione di tristezza dolce per un passato che non ci appartiene più e sta per sfiorire. Chi è malinconico tende a chiudersi in se stesso, si sente intrappolato in una sfera oscura di pessimismo e languore, che impedisce di sperare in un futuro migliore.

In letteratura, questo sentire dell’animo umano, per me, è stato reso immortale dal celebre passo l’ “addio ai monti” contenuto nell’VIII capitolo de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Il capitolo, dopo l’agitazione generale provocata dalla viltà di Don Abbondio e dall’ossessività di Don Rodrigo, si chiude con l’immagine di una barca che, silenziosamente, si allontana di notte, nell’intimo frastuono melanconico dei pensieri di Lucia:

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!”

I tormenti di Lucia sembrano sovrastare il paesaggio lacustre. La natura circostante si umanizza, acquisendo il valore della familiarità, parte integrante di una vita che si fa fatica ad abbandonare. La promessa sposa, infatti, si sente costretta a lasciare la sua casa, spinta da una forza maligna avversa, che non le lascia alcuna possibilità di scelta e la induce, con violenza, a scappare per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere”.

Il sentimento di malinconia è tangibile nelle parole manzoniane, che rendono pienamente, con incredibile forza lirica, la profonda tristezza dell’esilio, vissuta con il dolce ricordo di quello che è stato, con lo sguardo rivolto alle radici e all’infanzia, ricordi soavi che cullano i pensieri più neri.

Nello sconfinato universo della poesia, invece, la malinconia, nella sua accezione di tristezza dolce, è espressa dal poeta Giacomo Leopardi nell’idillio dedicato alla Luna:

“O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, nè cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!”

La natura diventa qui per il poeta l’immutabile luce consolatrice del proprio dolore, che, tuttavia, si ostina a persistere, rischiando di annebbiare la bellezza circostante. Leopardi attenua la sua sofferenza attraverso il ricordo (“la ricordanza”) melanconico del passato, facendosi ispirare da quella stessa Luna silenziosa, ma eternamente presente, che ritroviamo nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

La malinconia non fatta di parole, ma di sublime espressione artistica è quella di Francesco Hayez, il massimo esponente in Italia della pittura romantica e risorgimentale. Nella cornice della pinacoteca di Brera, è esposta l’opera intitolata proprio la “Malinconia”.

Il quadro raffigura una fanciulla dai capelli corvini, che indossa un abito lucido e ampio. La spalla lasciata scoperta dalla veste non mi trasmette sensualità, ma trascuratezza: non è più importante l’estetica della forma, ma la sostanza del sentire, tutta concentrata nello sguardo rivolto allo spettatore e tristemente perso nel vuoto. Ogni dettaglio è studiato. Gigli, rose e garofani, posti su un piano in muratura, sono delicatamente colorati, ma stanno per appassire. Evocano lo sfiorire delle cose umane. Non so cosa ha vissuto questa donna, ma sento tutta la sua melanconica tristezza.   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *