“La fragilità forte delle donne: tra amori struggenti e violenze inaudite”.

Recensione: “Cristalli” di Anna Di Meglio.

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La capacità di essere fragili e forti allo stesso tempo è un ossimoro che connota molte donne. Siamo, spesso, esseri umani fragili, che, per estrema sensibilità, risultano incapaci di difendersi di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze. Siamo, però, anche incrollabili rocce quando capiamo l’importanza di proteggerci e la necessità di tutelare i nostri affetti più profondi.

Le donne protagoniste del libro di Anna Di Meglio sono proprio così: cristalli preziosi che, per la loro bellissima fragilità, meritano di essere trattate con delicatezza e con cura.

Olga, la protagonista dell’opera teatrale “Il carabibinere in vetrina”, a cui è dedicata la prima parte del libro, è una donna distrutta da un amore impossibile ed impuro, essendo lei già sposata. Il suo matrimonio, però, appare come una trappola di finzioni e apparenze sociali, privo com’è di slanci passionali e di autenticità. Tuttavia, anche l’uomo amato nella relazione extraconiugale non le riserva le attenzioni agognate. E’, infatti, un amante fantasma, che appare e scompare a suo piacimento. Pur di uscire dal proprio tormento amoroso, Olga si rivolge a San Gennaro e a Sant’Elena come se fossero esseri umani ancora vivi, in carne ed ossa. A nulla valgono i tentativi di razionalizzare il suo sentimento che chi la circonda la esorta a mettere in atto:

“… e poi come te lo devo dire, questo è un amore di contrabbando, Dio non può essere con te”.

Olga le prova tutte, si rivolge persino ad una cartomante, vittima com’è di una società fatta di superstizioni, fatture e credenze popolari. Nella storia di Olga e nei dialoghi che si alternano tra i vari personaggi è possibile scorgere una verace napoletanità, non priva di ironia e di antica saggezza popolare. Solo la consapevolezza di aver avuto il coraggio d’amare consentirà ad Olga di liberarsi dal suo uomo fantasma. La liberazione sarà, per lei, il primo passo per imparare a volersi più bene.

La seconda parte del libro, intitolata “Voci in una stanza”, racchiude le storie di persone reali, che hanno affrontato grandi dolori. L’autrice ne sente ancora la voce, che ormai fa parte di lei. Straziante è la “voce Violenza”:

“… posso capire cosa prova un animale al macello, siamo simili agli animali, il mio corpo frenato, immobilizzato, i movimenti smorzati, un’enorme energia ferma, bloccata dentro di me, il cuore nelle orecchie, il cuore, bum, bum, bum. Le mie unghie affondavano nella sua carne, misera difesa, inutile! (…) Non sentivo più il mio cuore (….) Era cessato. Lui continuò, ma io non sentivo più nulla”.

Alla violenza mortale, che annichilisce anima e corpo, si aggiunge, crudele, l’ipocrita commiserazione di una società ancora tristemente bigotta.

“Oh, la gente, l’ho sentita! Commiserazione, pena, calunnie".

Gente capace di incolpare chi è solo vittima, accusandola, subdolamente, di essere “colpevole” di avere avuto la “spavalderia” di uscire di casa da sola. La critica a quella parte di società ancora troppo ignorante e maschilista risuona forte ed è una voce destinata ad uscire dalle ristretezze di una stanza, per far germogliare la necessità di un cambiamento radicale di pensiero e prospettive, il solo in grado di valorizzare l’emancipazione femminile.

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