LA CUCINA COME MEZZO PER ESPLORARE IL SENSO DELLA VITA. FRA TRAGEDIA, DRAMMATICITÀ E HUMOR, STORER REALIZZA UNA DELLE MIGLIORI SERIE TV DEGLI ULTIMI ANNI

E ce ne sono di serie scritte e interpretate in modo magistrale: Succession, Better Call Saul, Fleabag, per fare solo alcuni esempi. Ma The Bear non è da meno. Anzi: empatizzare con criminali e miliardari è una sfida che, da spettatori, si accetta. È un gioco. Vedere invece sullo schermo persone esattamente come noi, che vivono di piccole delusioni e felicità quotidiane, cercando di migliorarsi nonostante i fallimenti, può essere molto più destabilizzante: diventa quasi terapia.

La variegata umanità che vediamo nella serie creata da Christopher Storer è viva, vera, pulsante: impossibile non riconoscersi in almeno una delle fragilità che vediamo raccontate. Fragilità su cui spesso si ha pochissimo controllo. Un pensiero che terrorizza. E, di fronte al caos che è la vita – o la cucina di un ristorante -, per quanto si provi a darsi regole e obbiettivi, la cosa più importante in assoluto è lo scambio con gli altri. Soltanto dalla condivisione può nascere qualcosa di bello e vero. Che sia un cannolo rivisitato o un rapporto, non necessariamente romantico, che ci cambia la giornata e la vita, e ci fa capire che si può sempre ricominciare, reinventarsi.

Siamo a Chicago, nella paninoteca The Original Beef of Chicagoland, attività a conduzione familiare. Quando il titolare si suicida, è il fratello minore, Carmy (un affascinante e maledetto Jeremy Allen White), a prendere in mano la situazione. L’attività è piena di debiti, la cucina è lontana anni luce da quella a cui Carmy era abituato. È un incubo. Nonostante il protagonista sia uno chef rinomato, quel posto per lui diventa la cosa più importante: salvare The Beef è il suo modo di affrontare il trauma della perdita di suo fratello, la persona più importante della sua vita, anche se quella più lontana. Con suo fratello, Carmy, viveva un rapporto di profonda e costante conflittualità che l’ha spinto a voler diventare il più grande cuoco del mondo.

La serie è ambientata nella cucina di un ristorante, ma in realtà è girata come fosse un film di guerra. La tensione e il livello di stress della brigata sembrano molto simili a quella dei soldati in trincea. La qualità di scrittura e recitazione resta altissima in entrambe le stagioni (speriamo rimanga così anche per la terza). Anzi, più si va avanti, più diventa bella. Dopo il primo capitolo di questa storia, avevamo lasciato Carmy e Sydney (Ayo Edebiri, sempre più brava) pronti a trasformare The Beef in The Bear, ristorante con ambizioni da Stella Michelin. Un’impresa praticamente disperata. Come la vita personale del protagonista, è tutto da ricostruire: l’impianto elettrico, le pareti piene di muffa, il menù. Per non parlare dello staff: per essere competitivi non basta più saper fare i pancake, bisogna alzare il livello di gioco.

La metafora sportiva qui è d’obbligo: se infatti la prima stagione è girata come fosse il resoconto di una battaglia, la seconda si trasforma in un racconto quasi sportivo. Non è un caso che venga costantemente citato il libro di Coach K, molto famoso in America, Leading With the Heart: a tutti i protagonisti è affidato un ruolo preciso, che aiuta tutta la brigata, proprio come fossero una squadra. La cucina e lo sport diventano in realtà un pretesto: al centro di The Bear c’è la domanda delle domande. Qual è il senso della vita?

Chiamati a mettere ordine nelle proprie esistenze e a migliorarsi per riuscire a essere competitivi e aprire il nuovo locale in soli tre mesi, tutti i protagonisti devono necessariamente fare i conti con sé stessi. Soppesare i propri punti di forza, gli errori, le debolezze. Tutti i personaggi, e in particolare Carmy, scoprono che il vero segreto della felicità è saper bilanciare la propria esperienza con quella degli altri. Un lusso per chi, come il protagonista, pensa di non meritare la felicità e per questo anestetizza ogni desiderio, sacrificandolo sull’altare del successo.

Un episodio su tutti, numero 6 della seconda stagione: Fishes, di un’ora il doppio della durata classica. Un doloroso e sfiancante flashback, in cui assistiamo a una cena di Natale della famiglia Berzatto. Ci sono tutti: Carmy e i suoi fratelli, Mikey e Nat, i cugini, gli zii, Richie. E soprattutto mamma Berzatto, Donna. Non svelerò l’incredibile cast chiamato a interpretare i parenti di Carmy (così come altre due guest star di enorme pregio presenti in altre puntate), ma siate pronti a emozioni forti. È qui, in questo frangente, che scopriamo perché il protagonista odia i cannoli siciliani. E una volta compreso, sarà un viaggio emozionante capire come se ne riapproprierà, con l’aiuto della famiglia che si è scelto, la sua brigata. Dolce e amara, prepotente e docile, aggressiva e paziente. Proprio come un orso. Come The Bear.

Un successo che fonde un po’ di Martin Scorsese degli anni 70/80, un po’ di Paul Schrader, un pizzico di Ratatouille, una scrittura straordinaria, un manipolo di attori in grado di dare spessore ai personaggi come succede di rado, una fotografia urbana e un montaggio frenetico. Una serie capace di stupire, di alternare sospensione e isteria visiva, una serie ricca e coinvolgente, sostenuta da una regia e da una scelta musicale sempre funzionali, che sorreggono l’intera operazione senza mai emergere in una forma prepotente. La forma è molto, in The Bear, in questo suo modo di raccontare la follia di certi ambienti di lavoro ma anche, come in questo caso, l’amore per essi. La cucina è un ideale, un concetto puro che tutti i personaggi aspirano a fare proprio. Ma è anche di più, il luogo migliore per raccontare le stratificazioni esistenziali dei personaggi che la popolano. È quel posto in cui tutto si distrugge, per poi annullarsi di fronte all’affetto, all’amore, alla voglia di sopravvivere in una società spietata, che vive di estremi, che vibra di dolore ed empatia.Per ottenere questo grado di complessità senza rinunciare al coinvolgimento emotivo e all’intrattenimento, The Bear eccelle dal punto di vista estetico, nella scrittura e nel suo fenomenale cast attoriale.

Funziona, inoltre, la scelta di comporre la serie di soli otto episodi, quasi tutti brevi (mezz’ora) o brevissimi (venti minuti): un minutaggio lontano dalle mode più recenti, ma che premia il ritmo e la coerenza narrativa. The Bear sceglie di allontanarsi dalla serialità televisiva facile e con poco coraggio. Lo fa trasformandosi in uno schiaffo violento allo spettatore, che, come in un incontro di pugilato, si ritrova frastornato eppure magnetizzato da una storia che mette in scena la vita e tutto il suo incomprensibile fascino.

È di certo una questione di abilità di scrittura, del talento di Storer e della sua squadra di sceneggiatori, ma anche, forse soprattutto, di capacità di stabilire connessioni profonde, in senso umano prima che narrativo o tecnico, con i caratteri, di renderli vivi e palpitanti, di mostrare la loro vitalità e adesione al mondo prima di capire che ruolo hanno nello scacchiere di intrecci e archi. La brigata di The Bear dà l’impressione di entrare a far parte di una famiglia: quando la stagione ha inizio, si prova una sensazione di benessere e familiarità nel rivedere i volti di Carmy e compagnia bella, nel riascoltare le voci e i loro dialoghi. Poi interviene la questione tecnica, che rende chiaro come la serie sia realizzata da attenti artisti e professionisti capaci di maneggiare i ferri del mestiere con precisione attraverso una regia e un montaggio perfetti. Il caos, i tempi rapidi a volte nervosi, a volte tesi e frenetici, la macchina da presa che sa perfettamente la differenza tra il montaggio scandito e l’inquadratura lunga. Tutto viene padroneggiato perfettamente affinché la storia risulti chiara ed espressiva.

Inoltre, Storer porta a un punto prossimo alla perfezione una sorta di poetica dell’oggetto, per dirla con Montale, per cui quasi ogni episodio si concretizza attorno a un singolo oggetto (un buco nella parete, la muffa, la sveglia che suona in casa Berzatto, le forchette) che fa da catalizzatore del racconto e da prisma dei personaggi. Questi elementi materiali permettono di raccontare e comunicare delle emozioni precise.

Insomma ogni istante ha un valore cruciale nella cucina della vita, soprattutto quando ogni singolo piatto porta con sé una storia da raccontare. La ricerca di realizzazione professionale si trasforma immediatamente in un’analisi di sé stessi, in un conflitto introspettivo e in un confronto coi propri traumi e problemi irrisolti. Questo approccio narrativo è capace di emozionare, intrattenere e, soprattutto, sorprendere, ponendo le basi per una storia che merita assolutamente di essere vista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *