La carriola sotto il ponte che unisce la campagna all’ asfalto.

“Zi Ndunetta ten e scarpe ra nascita” – esclamava ogni qualvolta Zi NGiulillo, quando vedeva la nonna Ndunetta, scalza, nella sua campagna, nella sua seconda casa, una casa fatta di cielo infinito e terra, di polvere, di sudore, di sacrifici e di frutti. Tornava scalza, la nonna, dalla campagna, con una bandana rossa e verde, in testa, per raccogliere i suoi capelli bianchi da sempre. Tornava a fine giornata, dalla campagna con la sua carriola traballante, carica di qualche fascina per l’inverno, da fare scoppiettare nel camino o di cassette di pomodori, d’estate, da mettere ad essiccare, sul tetto di lamiere della cucina di trapazzo o da strapazzare sulle fette di pane, irrorate poi di olio, a noi nipoti. La carriola, era il mezzo di trasporto della nonna, che caricava e scaricava tra casa e campagna. Quante cose sono passate nella carriola della nonna, scatole bucherellate, per fare respirare i pulcini, che poi, nel pollaio, sarebbero diventati polli. Se all’andata la carriola era il tassí che portava i pulcini in campagna a crescere, al ritorno, dopo qualche tempo, quando ormai cresciuti, avevano fatto a vozza bona, ossia erano polli in carne, la carriola serviva da carro funebre per i suddetti polli, che con freddezza, la nonna, col vecchio e affilato coltello in acciaio e dal manico giallo e nero, aveva sgozzato, sbollito e spennato, per poi riportarli a casa, per cucinarli, congelarli o regalarli. Qualche gatto che passava nei paraggi, al momento dell’ uccisione, doveva accontentarsi – se voleva – delle piume, perché dei polli, la nonna buttava solo quelle, in un fosso scavato nel terreno. Oltre ai destini dei pulcini, la carriola della nonna, portava in carrozza, le sacche di mangime per nutrire i pennuti e le galline, che sfornavano uova ogni giorno, d’estate, chiudendo i battenti d’inverno. La nonna incartava le uova in carta di giornale, racimolata da casa, buttava nella carriola le pantofole impolverate di terra e si avviava verso casa. Attraversava un tratto di campagna, dove a destra, alle pendici delle ferrovia, era incolta, e strapiena di fiori di camomilla e di soffioni, se eri fortunato qualche volta sbucava un quadrifoglio, a sinistra invece, la campagna era curata dai relativi proprietari e per questo broccoli, insalata, alberi di nocciole e di noci, abbellivano il passaggio verso casa. Per raggiungere la strada asfaltata , che separava le campagne dalle case, occorreva passare sotto il ponte della ferrovia, dalla bocca tondeggiante e ornato da mattoni che spaziavano dall’arancio al grigio. Le fughe bianche passavano leggiadre tra i mattoni a quadratini o in rettangoli. La nonna passava sotto il ponte, tenendosi ben al lato, quando le pozzanghere lo avevano allagato, oppure varcava il ponte al centro, quando il sole d’estate aveva prosciugato l’acqua stagnata. Era un gioco di ombra e luce, passare sotto il ponte, dove gli occhi in un lampo si abituavano, a quel gioco, come un vecchio nascondino, fatto col sole. Uscita dal ponte con la sua carriola, la nonna avanzava verso la strada, ma prima di toccare con i suoi piedi della nascita l’ asfalto, ad alta voce chiamava ”Carminuccio” – il marito della signora Maria – al quale riservava parte delle uova della giornata. Era un’ abitudine o tradizione, come si vuol chiamare, la fermata della nonna, con la sua carriola, al muretto con la ringhiera rossa, della famiglia Bianco, protagonista con la nonna, di un’ amicizia che non conosceva tempo e che si suggellava ogni giorno, passando tra la ringhiera, il cartoccio contenente le uova. Ripartiva la nonna, con la sua carriola, con le sue scarpe della nascita verso la strada asfaltata, regalando ciò che aveva, a chiunque incontrava lungo il suo cammino. Qualche pomodoro a Zi Peppenella, poi più avanti ad Annuccella e alla signora Maria, la moglie di Giggino re machine. Arrivata a casa, parcheggiava la sua carriola, quasi vuota al solito posto, fino al mattino. Domani l’avrebbe riempita di nuovo e l’avrebbe svuotata ancora, delle uova e degli ortaggi, tra le mani della gente che incontrava per strada… È arrivato poi il tempo in cui, la nonna, con la sua carriola, non sia più passata sotto il ponte, è arrivato poi il tempo durato anni, che quel ponte con le sue rughe e le sue crepe, sia stato soffocato dall’acqua piovana e finito nel dimenticatoio, dei ricordi… Poi è arrivato il giorno, in cui è rinato, restaurato da mani esperte, che gli hanno ridato un volto, il volto di allora, con le fughe di nuovo bianche tra i mattoni, di nuovo arancio e grigi. Ai piedi una strada liscia, dove l’acqua non si appantana più. Ci passano di nuovo le macchine adesso sotto il ponte… È ritornato quello di prima, assieme agli altri due, nel cuore dello Spartimento, che sono stati restaurati e rinforzati, dove sopra ancora sfilano i binari arrugginiti della vecchia ferrovia. Sotto il ponte, quel ponte, che da sotto, unisce le campagne alla strada asfaltata, sembra ancora di vedere la nonna, con la sua carriola piena di fascine d’inverno e pomodori d’estate, con ai piedi le scarpe della nascita e tra i capelli bianchi, da sempre, una bandana verde e rossa, che lei chiamava scolla… Qualche giorno fa, ho rivisto per la prima volta, assieme a mia mamma, il ponte restaurato. Non abbiamo detto nulla, mentre guardavano quel monumento nuovamente uguale a prima. Penso che entrambe, abbiamo rivisto lei, con la sua carriola. Mi sono rivista anche io, bambina, tutte le volte in cui ho camminato con lei sotto il ponte, dopo una giornata in campagna, a piedi scalzi, tra le galline, le noccioline, con il solletico delle foglie secche ai piedi e la spensieratezza nel cuore. Mi sono rivista anche io, nel posto giusto, quello dalle radici irremovibili, dove se mi perdo mi ritrovo di nuovo. E guardando quel ponte, che unisce la campagna all’asfalto mi sono sentita ancora e sempre orgogliosa della mia infanzia, vissuta tra strada e campagna. Qualche tempo fa, una tipa nel vano tentativo di offendermi, mi definí campagnola, ngap a essa mi voleva annientare a livello morale, le risposi che mi aveva fatto il complimento più bello del mondo… ciò che sono lo devo alla bambina che sono stata, alla nonna, alle galline ed alla campagna. Ne sono fiera❤️

2 commenti su “La carriola sotto il ponte che unisce la campagna all’ asfalto.”

  1. Mammamia che bel racconto! Mi sono emozionata anch’io perdendomi nei ricordi di mia nonna. Grazie a questo scritto di sentimenti puri e rimembranze di una fanciullezza serena con gli affetti più cari. Complimenti all’autrice.

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