KILLERS OF THE FLOWER MOON, il film d’amore più politico di Martin Scorsese

Ottant’anni, con la stessa grinta, con la voglia di mettersi in gioco e mettere tutto in discussione, di far crollare i suoi stessi miti. Si diceva sarebbe stato il primo western di Martin Scorsese, in realtà nasce a cavallo di quegli anni in cui il western finisce e il gangster movie nasce, in cui la terra di frontiera diventa terra di spartizione. Un’epopea di discesa all’inferno che suona come un’autoaccusa a tutta la società occidentale. Lo fa a 80 anni, sì, e a chi si stupisce risponde “E se non lo faccio adesso che non ho più niente da perdere, allora quando?!”.

E lo fa con Di Caprio e De Niro insieme, i due feticci di sempre che però non aveva mai fatto lavorare assieme. Non è una reunion evento, non si tratta di fare il cast col botto. Li riunisce perché questo film vuole abbattere i miti, mostrarceli per i demoni che sono, lasciarci senza più nessuna certezza su noi stessi. Insomma per compiere il suo deicidio, Scorsese doveva uccidere i suoi stessi dei.

Il cineasta mette in scena una faccenda che, ahimè, la mia crassa ignoranza non aveva mai conosciuto. Quella degli Osage, popolo di nativi americani che nel XIX secolo fu costretto dal governo a stabilirsi nei territori dell’Oklahoma. Caso vuole, poco tempo dopo quelle stesse terre si rivelarono piene zeppe di petrolio, il famoso oro nero citato nel film. Questo rese i nativi immensamente ricchi ma un popolo comunque ancora immerso nelle regole del West e lontano dalle città. Di conseguenza le terre degli Osage vennero invase da criminali e speculatori, intenzionati ad appropriarsi della loro ricchezza con tutti i mezzi necessari, omicidio compreso. Il governo, dal suo canto, se ne uscì con un sistema basato sulla custodia. I nativi restano proprietari ma per poter amministrare le loro ricchezze devono passare per dei tutori. Iniziano truffe autorizzate e legalizzate, che porteranno al sopravvento del cosiddetto Regno del Terrore, attorno agli anni ’20 del XX secolo, quando decine di nativi vennero trovati assassinati in circostanze misteriose. Fino all’arrivo della neonata FBI.

Il film ci introduce quindi i personaggi, parlando del loro mondo di gerarchie e regole. Mondo che coincide con gli ultimi sussulti di una frontiera americana ancora violenta, sì, ma più furba e pronta a lasciare perdere i cavalli a favore delle automobili.
Scritto dal regista e dallo sceneggiatore Eric Roth, KOTFM affronta la vicenda attraverso tre punti di vista: Ernest Burkhart (un incredibile Leonardo Di Caprio veste i panni dell’inetto, viscido come un serpente e pronto ad avvelenare il cuore pulsante e puro di una nazione), veterano di guerra e indolente avventuriero che giunge nelle terre degli Osage; la moglie Molly (una incantevole e magnetica Lily Gladstone) vittima del raggiro dell’uomo bianco. Infine il re William Hale (un mostruoso Robert De Niro), zio di Ernest e artefice del Terrore. Il rapporto tra zio e nipote nel film è sintomatico di un sistema guasto, e tanto per non farci mancare nulla passa anche dalla massoneria.

 

Attorno a loro ruotano molti personaggi, tutti sacrificati per far emergere invece la complessità della vicenda, soprattutto in termini umani, laddove nessuno riesce a percepire le proprie responsabilità risultando mai pienamente colpevole. Scorsese evoca la banalità del male, agganciando emotivamente lo spettatore ma permettendogli anche di comprendere i meccanismi che conducono l’uomo verso certe derive.

Assistiamo a un Di Caprio spregiudicato ma debole e ingenuo, incapace di emanciparsi dall’autorità dello zio eppure sinceramente innamorato della moglie. Così Molly sembra incapace di disprezzare del tutto il marito nonostante le colpe evidenti, mentre Hale, pur consumato dalla malvagità, a tratti appare davvero convinto di essere un amico degli Osage. Così, in un mondo dove il concetto di realtà appare viziato, l’unica speranza è nella posterità. Negli storici che cercano la verità frugando tra le fonti, passando per le documentazioni fotografiche e per il cinema stesso, rispetto al quale Killers of the Flower Moon rappresenta una dichiarazione d’amore.


Un’opera magnificamente dipinta grazie alla fotografia di Rodrigo Prieto, alle scenografie e ai costumi, oltre che per merito dell’ineccepibile messa in scena di Scorsese che ha coinvolto gli Osage nella produzione sia a livello tecnico che per le consulenze culturali del caso. La relatività morale del film emerge anche dai dialoghi e dall’umorismo nero di alcuni dettagli. L’eroina prescritta come terapia o il tocco magico realista legato agli Osage e alle loro usanze.
Ne risulta un film monumentale, ritmicamente ineccepibile nonostante la durata (circa tre ore e mezza), sontuoso e capace di passare da un codice all’altro con la massima scioltezza ma soprattutto in grado di raccontare una storia marcissima senza mai perdere la bussola della giustizia, né scivolare in semplificazioni. Partendo dal contesto, Scorsese si infila nella testa dei personaggi per capirne i meccanismi, alla ricerca di debolezze e desideri, finendo sorprendentemente per tradire qualche traccia di compassione. In qualche mondo ricorda un po’ De André.

Killers of the Flower Moon è un film sul tempo. Sui tempi che cambiano e finiscono eppure sembrano sempre tornare e ripetersi. Nella morte violenta della tribù nativa degli Osage, Scorsese rivede e riscrive i miti dei pionieri americani, dei cercatori d’oro e dei capitani d’industria che hanno ingrandito il mondo. Quello che ci aspettiamo è quindi solo la storia della nascita di una nazione. C’è invece una saga familiare, un triangolo di odio-amore-avidità in un’America che incombe famelica sulle terre del fu popolo del cielo, come si chiamavano gli Osage prima di cominciare ad annegare, letteralmente, nel petrolio.
Scorsese svela presto il suo inganno attraverso i volti dei suoi tre co-protagonisti: siete venuti per l’azione e io invece vi do il verbo, siete qui per la violenza e invece ecco qui l’amore. Ci si sente strani a dirlo, ma Killers of the Flower Moon è forse il film di Scorsese che più di tutti gli altri parla d’amore. Dell’amore come arma, inganno, ricatto, illusione tardiva e salvezza mancata. Dell’amore nella sua manifestazione più quotidiana e quindi imperfetta: la famiglia.

Non è quindi solo nativi che danzano in slow motion attorno a geyser di petrolio e bianchi che camminano sui pezzi dei corpi smembrati delle loro vittime. Il tempo è passato e cambiato anche per Martin Scorsese: adesso non ha più voglia di raccontare soltanto la parte feroce e crudele dell’umanità, ha voglia di parlare di amore e compassione. Il male rimane, ovviamente. Ma ora è spogliato di carisma e fascino, è instupidito e inacidito, veste male o banalmente. A ottant’anni, Scorsese ha rifondato il suo mondo, facendo quello che non aveva quasi mai fatto prima: separare il buono dal cattivo e mettersi da una parte.
Nel corso della narrazione infatti quel sogno in cui bianchi e nativi convivono e condividono, si sposano e si mescolano, si dimostra mera utopia. Scopriamo che la nascita della nazione americana è un fatto che non ammette eccezioni, un evento che tende alla ripetizione di sé stesso in ogni tempo e luogo: “Sono avido” e “Amo i soldi”, sono le confessioni con le quali ci viene presentato Ernest e le frasi che contengono tutto della sua tragedia. La sua e della sua famiglia, cioè degli americani nativi e di quelli colonizzatori.

È un’opera silente sul Male quella di Martin Scorsese, visceralmente statunitense per come guarda alla bandiera a stelle e strisce con la consapevolezza della sua natura, vile e conquistatrice. Perché questo film così imponente mostra come la colonizzazione non giunge solo con la conquista fisica dei terreni, ma soprattutto tramite quella psicologica delle persone.
Dal lento inizio, passando per una trattazione precisa di intenti, per arrivare al finale, caratterizzato da una confusione mediatica e da un clamoroso cameo del regista. Tutto, in quest’opera, ricerca la purezza dell’immagine e la riporta nell’inquadratura. Siamo di fronte ad un film eccelso. Realizzato con un occhio di riguardo alla ricostruzione di luoghi e ambienti, accompagnati da un commento musicale che mette d’accordo tradizione bianca e pellerossa.

UNA LEZIONE DI CINEMA MERAVIGLIOSAMENTE IN CONTROTENDENZA. Per questo apprezzato da chi ama davvero i film. Quindi un rischio che corrono solo i grandi registi indipendenti che non si piegano alle ragioni del politicamente corretto.
È la storia del cinema. Quello vero, grande. Un film che si documenta, che si scopre infinitamente nudo per mostrare la barbarie dell’uomo nella sua più antica manifestazione. L’avidità. È la visione di un artista che riscopre il passato. Che risorge il grande schermo, che guarda ai grandi western. C’è Sergio Leone, c’è Polanski. C’è Tarantino. In questo capolavoro c’è la storia del mondo. Ed io voglio uscire dalla sala ogni volta così:
PIENA, ESTASIATA, CONFUSA.

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