INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO: LA FARSA TRAGICA DEL POTERE. TRA IL DOVERE DI REPRIMERE E LA FACOLTÀ DI EDUCARE IL POPOLO 

Torniamo indietro nel tempo. Ma facciamo luce sul presente. Fermiamoci a 54 anni fa. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, film diretto da Elio Petri, Premio Oscar 1971 per il Miglior Film in Lingua Straniera e vincitore del Grand Prix al Festival del Cinema di Cannes, cerca di rispondere a queste domande: come reagisce un uomo quando prende coscienza del potere che è in grado di esercitare nei confronti delle persone che lo circondano? E che effetto ha l’uso di questo potere, permanente e prolungato, nei suoi stessi confronti?

Opera potente, nata da una geniale idea dostoevskijana (Delitto e castigo, ma la citazione finale è da Il Processo di Kafka) dipanata in modo intrigante, psicanalitico e sociopolitico. I temi sono, da un lato, la corruzione del potere, il pericolo di uno Stato di Polizia, la devozione al Dovere e all’Ordine; dall’altro l’affermazione del proprio Io, con ogni mezzo, finanche irrazionale. L’ex-capo della Omicidi, da poco dirigente politico della Questura, di un grandissimo Volonté, è combattuto fra il dimostrare, a sé stesso, che non è il bambino che l’amante scherniva e, all’esterno, in modo delirante, che l’Autorità è inattaccabile, che ha sempre e comunque ragione.

«Alle ore sedici di domenica 24 agosto io ho ucciso la signora Augusta Terzi, con fredda determinazione. La vittima si prendeva sistematicamente gioco di me. Ho lasciato indizi… non per fuorviare le indagini, ma per provare la mia in-so-spet-ta-bi-li-tà, la mia insospettabilità!…». Il registratore acceso sull’autoconfessione; la fronte sudata di Gian Maria Volonté, l’encomiabile rappresentante della Legge, che ascolta febbrilmente, annuendo, gesticolando, stringendo i denti, infine sovrapponendo la voce viva, su quella registrata. Inizia, così, con questo contorcimento paranoico, che viene ad affacciarsi nella forma cinematografica “sventrata” di un giallo di inchiesta poliziesca, la grande cerimonia della rappresentazione del “politico”. L’alveo dell’attualità in cui si situa è il groviglio seguente al ’68 e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è radicato sino in fondo nella cronaca socio-politica di quegli anni, uscendo in concomitanza a eventi emblematici quali saranno la strage di Piazza Fontana, la morte di Pinelli e i tentativi di golpe. La “sfida” del protagonista del film, che vuole “riaffermare in tutta la sua purezza il concetto di autorità”, è la sfida di un cinema che gioca sul filo del rasoio per incidere sulla realtà con la sua possibilità di critica. — Il funzionario di polizia non viene mai chiamato per nome, ci si riferisce a lui semplicemente con il termine reverenziale e ruffiano di Dottore, simbolo dell’ordine costituito, della gerarchia, della rigidità e dell’autocompiacimento della Legge.

Si conclama qui magnificamente la collaborazione di Elio Petri-Ugo Pirro-Gian Maria Volonté, una triangolazione innervata dalla volontà di portare in scena una parabola intorno alla sostanza del potere, ai suoi dispositivi gerarchici, repressivi, giocati sul “godimento” e sulla gestione strumentale e fondativa del “sapere”. Il nostro Dottore entra nell’appartamento della sua amante Augusta Terzi e si infila sotto le lenzuola insieme a lei, e mentre consumano un rapporto le taglia la gola con una lametta da barba.

Tutto ciò che seguirà sarà una miscela di presunzione, arroganza e sfacciataggine, o come si dirà più avanti, opera di un cretino: l’assassino, che decide semplicemente di fare tutto quanto sia possibile per ricondurre a sé l’omicidio, metterà in moto un meccanismo in cui egli stesso è il fulcro. Tra flashback e scene ambientate nel presente, in cui le indagini, per lo più infruttuose e portate avanti dalla squadra omicidi ormai orfana del suo vecchio capo, vengono continuamente favorite e ostacolate da prove deliberatamente create e distrutte dall’assassino. Rimane emblematico il colloquio con il questore di polizia, permeato di grande ossequiosa riverenza, durante la quale il commissario confessa apertamente di aver intrattenuto una relazione con Augusta Terzi, chiedendosi se fosse il caso di informare gli inquirenti della circostanza. La risposta del questore a una domanda di così inaudita gravità riassume buona parte dell’intrinseca capacità della macchina della giustizia di rendere i servi della Legge immuni al giudizio umano: “Per me è stato il marito, ciao!”.

Quel che appare allo spettatore è quindi una figura che denuncia la sua scissione e la sua nevrosi: da una parte egli vuole favorire la giustizia e aiutarla quindi a mettersi sulle sue tracce, sottolineando il suo attaccamento alla gerarchia e alla Legge. Dall’altra sembra aver perso molta fiducia nel sistema, o meglio, gli è stato toccato un nervo scoperto, come se gli avessero aperto in viso il vaso di Pandora e ne sia rimasto scottato.
Se da una parte la figura del giudice, a cui nessun personaggio della vita civile può sostituirsi, nella sua mente è intoccabile, perfetta in quanto espressione della Legge, dall’altra gli appare evidente come i colleghi facciano a gara a chi ignora meglio le decine di tracce che si è lasciato alle spalle dopo l’omicidio.

Lo vedremo quindi sempre più mettere in evidenza le falle del sistema stesso, i suoi angoli bui, le sue ipocrite peculiarità.
E non solo con i sottoposti. La svolta finale la offre un attentato che ha luogo vicino al commissariato, per il quale vengono arrestati decine di studenti, tra cui anche Antonio Pace (l’anarchico che lo aveva visto allontanarsi dopo aver ucciso l’amante). È l’ultima possibilità per il poliziotto di dimostrare la purezza del sistema. Ma quando il ragazzo lo riconosce e il Dottore conferma i suoi sospetti, si rifiuta di denunciarlo: “Qui ci sei e qui ci rimani! Un criminale a dirigere la repressione è perfetto! È PER-FET-TO!“. Il povero poliziotto non ha alternative al costituirsi.

E qui Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto entra in una dimensione onirica: il dottore si addormenta sul letto e sogna di essere imputato di un processo i cui i giurati sono i suoi colleghi, rappresentanti anch’essi delle istituzioni, e gli si addebita come unica colpa – SENTITE SENTITE – il voler provare la propria colpevolezza. Tutte le prove vengono smontate una per una, i moventi minimizzati, tutto con il solo scopo del potere di difedere se stesso. Al suo risveglio il dottore si prepara ad accogliere gli alti funzionari che già l’hanno processato nel suo sogno, ma stavolta, nella realtà, le persiane vengono abbassate e la scena viene ripresa in penombra, dall’esterno: la confessione e la conseguente autoassoluzione del potere è nascosta, celata agli occhi della vita civile.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un capolavoro del cinema italiano e mondiale, che in periodi tesi come quelli degli anni di piombo ha avuto il coraggio di mettere in dubbio l’autorevolezza, l’imparzialità e la buona fede degli organi di giustizia, attirandosi dietro le ire di mezza classe dirigente italiana ma mettendo l’accento su un dilemma etico che interessa la vita del paese anche ai giorni nostri.

La regia di Petri ama i preziosismi e rinviene un registro narrativo vincente, tanto più allarmante in quanto grottesco benché realistico. L’arrogante poliziotto che equipara sovversivi e criminali, i suoi metodi fascisti che lo portano al vertice delle Forze dell’Ordine con il motto “La repressione è civiltà”: il film è certo inficiato da un’enfasi ed una rabbia figlie degli anni della Contestazione. Senza mezzi termini, demonizza lo Stato e santifica i giovani comunisti (nel sogno finale, i politici corrotti portano anelli vescovili da…DC). Ma è anche vero che rischiò il sequestro proprio in quanto opera “sovversiva”. Per fortuna ed invece, vinse l’Oscar. Indimenticabili Florinda Bolkan nel ruolo di una pervertita sadomaso con vestiti sfiancati da urlo e il tema musicale di Ennio Morricone.

Formalmente e contenutisticamente perfetto, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è una vetta ineguagliata del cinema politico, intelligente, lucido e tagliente nella sua opera di denuncia.

Quello che è avvenuto a Pisa e Firenze il 23 febbraio, durante le manifestazioni Pro Palestina, è strettamente connesso al significato della fenomenologia dell’esercizio del potere. Perché qui il problema è proprio questo: accertare se quello che è stato fatto, è stato fatto secondo legge. Il punto non è tanto il fascismo di ritorno o la deriva autoritaria che a volte sono solo delle distrazioni di massa. È che menare non è automaticamente possibile e quindi il punto è chiedere precisamente e chirurgicamente conto dell’illegalità. Qui arriviamo anche al tema del codice identificativo per gli agenti di Polizia. Una sequenza di numeri posta sul casco e sull’uniforme che permette di identificare gli agenti. È stato raccomandato più volte dal Parlamento Europeo e dalle Nazioni Unite, in Europa è presente in oltre 20 stati. In Italia ci sono stati diversi disegni di legge per introdurlo ma sono stati tutti bloccati nonostante sarebbe uno strumento utile per fare luce su alcuni abusi delle forze dell’ordine e per distinguere i singoli poliziotti che si macchiano di reato dai tanti che invece ogni giorno fanno bene il proprio lavoro e che, per usare le parole di Sergio Mattarella, non esprimono affatto un fallimento.

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