“Il testamento di Michela Murgia”.

Recensione: “Dare la vita” di Michela Murgia.

La forza dirompente delle parole e la loro valenza rivoluzionaria sono il grande valore del libro postumo di Michela Murgia: “Dare la vita”.

Immagino Michela dettare, in un momento di grande sofferenza fisica, le ultime preziose parti del suo libro, a letto, poco prima di lasciare questa terra. Il suo ultimo regalo all’umanità è un vero e proprio testamento, che ha come eredi tutti i lettori e le lettrici che decideranno di perdersi o di ritrovarsi tra le sue pagine.

Michela Murgia è stata ed è tuttora la scrittrice ed intellettuale sarda che ha dimostrato la necessità di rompere steriotipi e pregiudizi non solo di genere, ma anche sulla maternità, concepita come la profonda propensione a donare incondizionatamente amore e protezione, al di là dei legami matrimoniali, di sangue e di utero. La maternità, per Michela, non è solo e necessariamente quella biologica, ma è anche la manifestazione della propria libertà, sorretta dalla consapevole scelta di voler creare una famiglia basata su amore ed anima. Ne deriva la fondamentale differenza tra maternità e gravidanza. Non si tratta di sinonimi. Essere madri è una possibilità, che può travalicare i confini posti dalla biologia, è la propensione all’amore incondizionato che può appartenere anche alle donne che non hanno mai portato in grembo un figlio. Non solo. Chi sceglie di non essere madre non può essere considerata meno “interessante” rispetto alle altre donne che madri sono o che madri vorrebbero essere in futuro:

“Stato interessante. Attraverso questo eufemismo sin dall’Ottocento ci si riferisce con inspiegabile pudore all’esperienza della gravidanza. E’ un termine curioso (…) sottintende che tutti gli stati di vita della donna che non implicano l’essere incinta siano privi di interesse”.

Ciò che più intristisce è che spesso, troppo spesso, sono proprio le donne a criticare la scelta di altre donne che decidono di non avere figli. Mi è capitato di sentire frasi del tipo: “E’ sola, poveretta! Non ha niente da fare, non ha figli!” Trovo affermazioni del genere profondamente fuorvianti: una donna può essere completa anche senza figli e, soprattutto, se decide di non averli non può essere considerata come un individuo inferiore rispetto alle madri. Il valore universale che tutti e tutte dovrebbero imparare a tutelare è la libertà, nella sua forma, per me, più elevata: l’autodeterminazione, intesa proprio come la capacità di poter prendere delle decisioni consapevoli, senza imposizioni sociali steriotipate e limitanti. La ricerca nelle donne di questa altissima forma di libertà è la sincera speranza che trapela tra le pagine del libro, evocata dalla bellissima copertina sulla quale sono rappresentate donne che si aiutano reciprocamente a guardare oltre, attraverso un colorato gioco di braccia ed occhi, che è la metafora della necessità di un confronto e di un dialogo costanti, finalizzati all’apertura di nuovi orizzonti, preziosissimi per la solidarietà femminile (questa sconosciuta!) e per la maternità, nelle sue varie manifestazioni.

Non solo. Michela si mette a nudo, in prima persona, attraverso il racconto della sua esperienza personale, trattando altresì della sacra libertà di compiere scelte sessualmente non “omologate”, sempre in nome del valore dell’autodeterminazione. Sostiene che l’indeterminatezza sessuale non implica una vita vissuta in uno stato di negazione, ma significa vivere accettando il fatto che l’indeterminatezza stessa, quando è frutto di una riflessiva condivisione, diventa una condizione di libertà e di liberazione sociale. Una forma di autentica civiltà.

Questa indeterminatezza consente la possibilità di scegliere la realizzazione di famiglie “queer”. Non esiste un adeguato termine italiano che sia in grado di tradurre esattamente cosa si intende per “queerness”; per Michela, è “la scelta di abitare sulla soglia delle identità (intesa come maschera di rivelazione del sè), accettando di esprimere di volta in volta quella che si desidera e che promette di condurre alla più autentica felicità relazionale”, al fine di scegliere veramente l’altro o l’altra ogni giorno, senza condizionamenti.

E’ evidente che il linguaggio usato è nuovo ed è altrettanto chiaro che i pensieri riportati nel libro accendono il dibattito su tematiche delicate ed attuali. Evidentemente consapevole del possibile effetto uragano scatenato dalle sue riflessioni, Michela ci lascia con una grande lezione di saggezza, stimolando la nostra coscienza critica:

“Nata sotto il segno dei Gemelli, figlia di almeno due madri io stessa, non ho dato alla luce mai nulla e nessuno che non fosse fratto. Se tra le due lingue che parlo meglio una è madre, non è quella in cui vi scrivo, e dunque vi chiedo di portare pazienza. Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio per sognare orizzonti anche più ambiziosi di quelli che riesco ad immaginare io. La mia anima non ha mai desiderato generare né gente né libri mansueti, compiacenti, accondiscendenti. Fate casino.”

2 commenti su ““Il testamento di Michela Murgia”.”

  1. Maurella Carbone

    Molto interessante! Posso contattarvi per un contributo online su Michela Murgia per la ricorrenza dell’8 marzo? Scrivo a nome del Coordinamento Donne di Francoforte, Germania

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