Il rumore delle ali

La corsa allo studio di ginecologia, con il cuore a mille e il tremore alle gambe. Continuavo ad accarezzarmi il ventre, quasi a rassicurare il mio piccolo, che tutto sarebbe andato bene, anche se in cuor mio avevo tanta paura, paura di quel sangue comparso all’improvviso, paura di non reggere a ciò che non avrei voluto sentire. Entrata in studio, la dottoressa mi chiese solo l’ultimo giorno di ciclo, invitandomi velocemente a sedermi sul lettino per fare l’ecografia. Notavo che era frettolosa. Eccolo il mio fagiolino, sul monitor dell’ecografia. “C’è la camera gestazionale e si è formato il sacco vitellino all’interno” – ho sospirato, sentendo queste parole, per poi gelarmi quando ha aggiunto, senza un minimo di emozione, di empatia – ” a questa gravidanza non do molte speranze, rivestiti che ti spiego tutto”… mi rivestiti, mentre si sentivo l’anima spoglia, di calore, di certezze, di umanità. “Ecco la cura, progesterone e aspirinetta, falla, però prendi la gravidanza come viene, fai una vita tranquilla, evita solo pesi, sforzi e rapporti, per il resto puoi fare tutto. Io ti do la cura come dice la scienza, però non ti prometto nulla, a volte dipende anche dall’Alto”… continuò a darmi speranze a mezz’ala fissandomi un appuntamento per il 27 ottobre -”Cosi vedremo di sentire il battito, anche se – aggiunse sempre senza incrinare la voce, con i suoi occhi di ghiaccio- tutta la settimana sarò qui, se ci sono perdite tornerai”… Avevo il cuore in frantumi, sentivo freddo, in un ottobre ancora caldo. Guardavo l’ecografia, lui c’era, perché era a rischio? La profezia della dottoressa dagli occhi di ghiaccio si avverò, quella stessa sera, quando le perdite ematiche divennero più copiose, quando le speranze iniziavano a scemare, come nebbia alla luce del sole. Ritornai in quello studio, a metà mattina. Telefonicamente mi disse che mi avrebbe visitata tra una visita ed un’altra. Non avevo precedenza alcuna, nonostante le perdite. La sala d’attesa fredda e priva di finestre, stringeva ancora di più, la mia anima nella morsa della paura. La segretaria passando in sala, mi chiese perché ero di nuovo lì, scoppia in lacrime dicendo che avevo delle perdite. Quasi non mi ascoltò, entrando in un altro studio, che poteva importarle in fondo? Non importava nulla nemmeno alle due donne chine con la testa sul telefono, che distolsero solo per un attimo guadardomi con pietà, per poi ritornare chine al mondo virtuale. Una sola donna, più anziana, rispetto alle altre due, non mi fece sentire sola in quella stanza. “Non piangere, non preoccuparti” – mi confortò. Aveva gli occhi buoni, ci vidi il cuore dentro. Dallo studio uscí anche lei, la dottoressa dagli occhi di ghiaccio, fiera, camminava a testa alta nel corridoio. “Allora ancora macchie!”- mi chiese davanti a tutte, accennai ad un sì, a cui lei aggiunse ”E va bhe!”… arrivò poi il mio turno di entrare, la salita sul lettino, lui ancora sul monitor, la condanna che sarebbe stato con me per poco. “È una gravidanza senza speranza, smetti ogni cura per tre giorni, vivi la vita tranquillamente, le perdite continueranno a scendere, se si fermano mi chiami e iniziamo nuovamente la cura in caso contrario l’hai perso”… stava condannando mio figlio alla morte ed io che ero sua madre non sapevo perché, perché rischiavo di perderlo, perché non aveva speranze se nonostante le perdite, lui era ancora lì, nella sua camera gestazionale, dentro di me? Ancora una volta non colsi nessuna emozione sul suo viso a cui aggrapparmi, non avevo alcun appiglio in lei che sapesse di umanità. Non riuscivo a capacitarmi di quanto possa essere prosciugato di umanità il cuore di un essere umano. Le perdite ematiche continuavano, la mia mente non sapeva cosa pensare, era difficile pure spiegarlo a chi mi domandava come stavo. Mia madre, la mia ancora ed il mio ancora non volle fermarsi a quella sentenza di abbandono, di silenzio, di disumanità. Contattammo un altro ginecologo, grazie ad una cugina di mia mamma, di lui mi fidai subito, avevi bisogno di fiducia. Gli spiegai quel poco che mi era stato detto, mi consigliò una beta per capire se in realtà stavo davvero perdendo il bambino. Sentii umanità in quella telefonata, tanta umanità e conforto. La stessa umanità che mi riservò il medico che al centro analisi mi fece la beta, che con la tenerezza di un padre confortò le mie lacrime, che mi disse che i figli sono un miracolo anche se non lo hai mai visto e stai per perderlo. La visita dal ginecologo purtroppo condannò a morte le flebili speranze che ancora tenevo, avevo perso il mio bambino. Era tutto dimostrato nell’ecografia fatta dalla dottoressa dagli occhi di ghiaccio, eppure lei non mi aveva spiegato nulla, si era semplicemente limitata a falciare le speranze di farmi diventare di nuovo mamma. Davvero, quel bambino, non aveva speranze di nutrirsi di me e vedere il mondo domani. Il ginecologo nella sua spiegazione fu di una umanità senza confini, trovò ogni parola di conforto per due giovani genitori dinanzi a questa perdita, ci invitò a guardare e credere ancora alle cose belle, ad aggrapparci alla nostra bambina, la ragione per sorridere ancora. Ci spiegò il perché era andato tutto storto, disegnando la camera gestazionale e il sacco vitellino su un foglio di carta, come si fa coi bambini , perché pur grandi, di fronte al dolore ci sentiamo così piccoli; prospettò tutte le possibili cause che possono scatenare un aborto spontaneo, i test che possono essere fatti prima di ogni gravidanza; come un padre ai suoi figli, ci cibò del suo sapere, noi che avremmo avuto tutto il diritto di sapere questo qualche giorno prima da chi mi aveva visitata due volte, limitandosi a falciare le ali alle mie speranze. Ho subíto un aborto spontaneo, una perdita che ti devasta dentro, che necessita di parole di umanità e che speri di ricevere da chi, col camice addosso, ti affidi. Ho subíto la freddezza della disumanità, da parte di chi doveva spiegarmi il perché stavo perdendo mio figlio, ho toccato con mano la disumanità di donne che hanno alzato lo sguardo su di me mentre piangevo per poi distoglierlo in fretta ritornando al loro cellulare, ho trovato conforto da una donna che poteva essere mia mamma, dal medico che mi ha fatto la beta e da un ginecologo che accompagna una madre a congiungersi col suo bambino, tenendolo tra le braccia o immaginandolo in una farfalla bianca. L’umanità salva dal dolore e va seminata in ogni dove, in ogni cuore, che indossa una semplice maglietta o un camice bianco. Dovevo scrivere tutto, ciò ne sentivo il bisogno, per me, per quel fratellino che mia figlia aspettava, anche se la voleva sorellina … Per dare monito, per denunciare la disumanità, la mancanza di empatia. Perché un aborto non è una perdita di sangue da far scorrere, è una vita che viene a mancare, una speranza mancata al mondo. E quando una vita muore, le sue ali pur leggere, fanno rumore, un rumore atroce.

 

3 commenti su “Il rumore delle ali”

  1. Un racconto così leggero ma con un significato profondo che spiega una triste realtà di questa società presa da tutt’altro trascurando i principi dell’umanità, la dignità, il rispetto e dell’amore per il prossimo. Un augurio speciale per questa coppia ❤️

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