IL RICAMO: UNA STORIA INFINITA

La storia inizia nella stessa casa di tanti anni addietro, Imma me la racconta in cucina, la storia della sua passione per il ricamo, che la sua mamma le ha tramandato. La sua mamma, fece del ricamo il pane quotidiano per nutrire i suoi quattro figli, tre maschi e la piccola Imma. “La cucina era questa, questo è il camino, che accoglieva il fuoco, compagno dei nostri inverni, di là c’era il bagno e poi la camera da letto, dove si dormiva tutti insieme. La casa era piccola, ma l’amore di mia madre che ci ha fatto anche da padre era immenso. Mia mamma passava notti intere a ricamare, si metteva in cucina, per non disturbare i nostri sogni ed io, nell’altra camera sentivo il suono dell’ago che entrava ed usciva dal telaio che teneva teso teso il lino in un abbraccio e dove a furia di entrare ed uscire, ago e cotone insieme davano vita ad un nuovo disegno, su quelle distese immense di lino per il corredo. Il corredo, questo era ciò, che mamma, attraverso il ricamo, creava, il corredo, nuziale e per le nascite, cos’è che non conteneva? lenzuola, copriletti, strofinacci per la cucina, tovaglie, bavette, camicine per la nascita, tende : il corredo doveva contenere tutto, tutto ciò capace di riempire, lo stipone di una mamma per le sue figlie. Mia mamma era brava a ricamare, sembravano dipinti i capolavori che con le sue dita e con i suoi occhi creava, si perché dita ed occhi erano gli strumenti necessari da usare oltre all’ago ed al cotone: come in una danza , le dita facevano roteare l’ago, mentre gli occhi attenti ne seguivano i passi. Tanti, Giuditta, sono i punti del ricamo: c’è il punto pittura come se dipingesse la stoffa, c’è il punto nodino che vede il cotone girato attorno all’ago, c’è il punto pieno che dà vita a tanti cerchietti bombati, c’è il punto erba che serve per le rifiniture in oro, c’è il punto ombra, punto rete a rosella e spiga di grano a crocelle per sotto, c’è il punto semplice per fare il filet sopra che equivale ad un doppio lavoro applicato sulla rete. A fine lavoro viene fatta la piega con punto al giorno e tutto dipende dalla tramatura della stoffa: se è sottile più fili se doppi meno fili. Mamma ricamava per rendere dignitosa la vita a noi figli, faceva anche à maestra, cioè, gratuitamente insegnava alle bambine dai dieci anni in su questa arte. La rivedo mia madre nelle belle giornate di sole, seduta nel cortile circondata da tutte le sue allieve. Io era tra quelle allieve, stavo diventando grande e dovevo imparare a ricamare. Eravamo tante! Tant’è che se le sedie non bastavano, sedevamo anche sulla cassette! Le lezioni di ricamo iniziavano quando la scuola era finita e l’estate era lí a braccia aperte. Mamma faceva la maestra qualche ora al mattino fino a mezzogiorno ed il pomeriggio, dividendosi tra le faccende di casa, il bucato da stendere, i letti da rifare. Quegli incontri per me erano magnifici, veri, pieni di verità, di reale esistenza. Eravamo tantissime, una quindicina, tutte amiche, sedute in cerchio attorno a lei, con lo spezzo di lino tenuto sulle gambe ed ago, cotone e telaio per creare su quel tessuto farfalle, fiori, stelle di Natale, zucche o castagne. Perché il ricamo è proprio questo Giuditta: riporta sul lino le stagioni ma anche le emozioni, come le iniziali di due sposi oppure orsetti per accogliere in culla una creatura. Noi allieve ascoltavamo attente mia mamma, poi ci mettevamo al lavoro, guardando la danza che facevano le sue dita sul telaio. Durante la lezione, si chiacchierava, ascoltavamo la musica, Radio Somma e Radio Costantinopoli erano le stazioni preferite in radio! Ogni giorno chiamavamo alla radio, per ascoltare una canzone! E che emozione quando il radiofonico diceva ”ecco per le ricamatrici di Somma Vesuviana: Gelato al cioccolato di Pupo, oppure Torneró o Quindici anni dei Vicini di Casa!”. “Quindici anni” era la canzone preferita di mamma ed ogni volta che la ascoltava, i suoi occhi si illuminavano! Oltre ad ascoltare musica, durante la lezione, facevamo scorpacciate di freselle con olio, pomodoro, origano ed acciuga che mamma preparava con tanta devozione. Quanto erano saporite quelle freselle Giuditta! E le ciambelle? Bell’ ‘è buono, mia mamma diceva, “ragazze tengo le uova fresche, mo mentre non finiamo la lezione, preparo una ciambella così prima che andate via la mangiamo insieme!” – ed il cortile iniziava a profumare, di dolce, di buono, di vita. Le albicocche mature tra le foglie verdeggianti ornavano gli alberi che circondavano il cortile, qualche farfalla volava, gli uccellini ci regalavamo cinguettii… A volte, mamma sbottava che gli uccellini cantassero troppo! Era dolce mamma, ma anche un po’ nervosa! Se qualche passaggio non lo capivamo, ci scappava pure la bestemmia, peró lei si giustificava, dicendo che la sua stirpe ”i barbettuni” – suo padre aveva la barba lunga – erano sí nervosi ma buoni di cuore! E mia mamma il cuore l’aveva grande, immenso, puro, come quel lino che ci insegnava a ricamare. Le limonate fresche fatte da mamma rinfrescavano le ore di lavoro ed erano motivo per una pausa. Durante quegli incontri nacquero i nostri primi pettegolezzi, le prime confidenze, i primi sogni: in fondo per ogni estate che arrivava, diventavamo più grandi, più affamate di sogni e desideri. Anche nei mesi di settembre ed ottobre mamma faceva le lezioni, per le bambine che ormai finita la quinta elementare non potevano più proseguire gli studi. Quando col tempo, le allieve iniziavano ad imparare bene il mestiere, ognuna di loro portava da casa il suo lino per prepararsi il suo di corredo! Nei pomeriggi d’estate passava in cortile anche il gelataio con il suo carrettino e la granita al limone era la nostra preferita! Che pezzo di ghiaccio aveva il gelataio sul carrettino e gocciolava lungo la strada, ma il sole subito ne asciugava il passaggio. Aveva un vizio il gelataio, lasciare il mozzicone acceso sul banchetto della rattata e noi per dispetto glielo buttavamo a terra e calpestavamo con gli zoccoli che avevamo ai piedi! La granita che puzzava di sigaretta non la volevamo! Altre volte capitava che d’improvviso, lasciavamo mamma ed il lino sole, per andare a fare un giro in bici, lungo quelle strade costeggiate da campagne, con il vento sulla faccia come assaggio della vita che ci aspettava da grandi! I disegni da riportare sul lino erano contenuti nei giornali che mensilmente compravamo tra questi vi era Mani di fata e Racam due giornali antichi, che oggi non esistono più, io uso quelli di mamma. Eravamo nel pieno della nostra adolescenza e l’unico desiderio era acquistare le riviste! Nei giornali vi erano i disegni decalcati, che si riportano sul tessuto grazie ai passaggi che sono descritti. Il lino è di vari spessori, a seconda dell’uso che dovrà assumere: lenzuola, strofinaccio… Lino e cotone devono combaciare, cotone sottile per lino sottile, il lino più costoso perché sottile è il bellora. Cotone, metro, telaio, carta copiatina, fogli decalcabili, penne, matite, lavaggio , stiratura piegatura e scatola sono gli strumenti che creano un lavoro ricamato a mano. Oltre a questi strumenti vanno aggiunti quelli essenziali: gli occhi, le mani, la schiena dolente per le ore passate sedute, la testa china ed il cuore, perché è proprio il cuore, che rende speciale un lavoro fatto a mano. La storia di Imma termina, presentandomi l’ultimo suo capolavoro, tovaglie di lino natalizio con sopra ricamate stelle di Natale che sembrano vere. La storia di Imma è una delle tante storie che affondano le radici nella storia del ricamo, un’arte di Somma Vesuviana, che oggi, pur a tentoni va avanti. L’avvento delle macchine, la loro fredda velocità di realizzare in fretta pezzi di ricami, sta calpestando il lavoro vero, sacrificato, di chi invece si siede per ore a ricamare a mano. Il lavoro delle macchine è un lavoro freddo, senza storia, solo il tempo scandisce il risultato, la storia la trovi nel ricamo di chi a mano ha realizzato tutto, di chi si sottrae ai doveri di casa per portare a termine il lavoro, di chi si divide tra affetti e ricami, per gratificare chi ancora capisce il buono, il pezzo ricamato a mano. Lascio Imma, dopo aver dato un ultimo sguardo alla tavola imbandita di ricami, telaio, ago, cotone: la tavola è sempre la stessa, nella stessa cucina della sua mamma: la mia zia Felicetta. Quanta vita è passata tra quelle mura, quanti sacrifici dietro i suoi lavori. Quanto tempo ancora meritava di vivere. Lascio Imma, ritrovandomi in cortile, quasi rivedo le bambine in cerchio attorno alla zia, gli alberi di albicocca ci sono ancora, sembra di scorgere all’improvviso anche lei, mentre stende alle corde tra gli alberi il suo bucato bianco come la neve. Un soffio di vento mi accarezza il viso, il cuore, penso sia la sua carezza, per la storia bella che le ho scritto e che avrei tanto voluto leggerle seduta con lei nel suo cortile.

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