“Il diritto di scegliere la maternità”.

Recensione: “Come D’aria” di Ada d’Adamo.

È necessario raccontare il dolore per sottrarsi al suo dominio”. Ada d’Adamo riporta questa frase di Rita Charon nel prologo del suo libro, vincitore del prestigioso Premio Strega 2023. È proprio la necessità del racconto di una storia vera e quotidiana la sensazione che traspare dalla lettura delle pagine di Ada, pagine intrise di angoscia, fatica e sofferenza, capaci, però, di culminare in un tenero sentimento di amore simbiotico tra madre e figlia.

Ada è la madre di Daria, la figlia malata che Ada non sapeva di portare in grembo. Nessuna diagnosi prenatale, nessuna preparazione psicologica alla disabilità, nessuna possibilità di scegliere se essere madre, nonostante.

“Sei Daria. Sei D’aria. L’apostrofo ti trasforma in sostanza lieve e impalpabile. Nel tuo nome un destino che non ti fa creatura terrena, perché mai hai conosciuto la forza di gravità che ti chiama alla terra”.

Daria non cammina e non parla, è una figlia destinata ad essere bambina per sempre, necessitando di cure costanti. Azzerata la possibilità di comunicare con le parole, madre e figlia imparano a trasferirsi vicendevolmente sensazioni e pensieri attraverso i loro corpi, creando una simbiosi carnale ed assoluta, dove anche il dolore, tragicamente, sembra trasmettersi per osmosi.

Ada, sulla soglia dei cinquant’anni, scopre di essersi ammalata, proprio lei che non può permettersi la malattia per quell’equilibrio viscerale e delicato che la lega alla figlia.

Ora che sei cresciuta e io mi sono ammalata, l’incastro dei nostri corpi non è più possibile. Dopo tante notti insonni passate con te in braccio su e giù lungo il corridoio oppure a letto, tu distesa su di me (pancia contro pancia) o accanto a me (la tua testa pesante sulla mia spalla), adesso mi manca quell’intimità totale: respiro, odore, saliva e moccio, sudore, capelli incollati ”.

La malattia per Ada diventa l’occasione per riflettere sulla sua vita passata e sulla sua controversa maternità. Con il coraggio che ancora oggi la nostra società impone alle donne di mostrare quando si discute di aborto, Ada scrive di non voler essere ricordata come una mamma eroina perché lei non ha potuto scegliere consapevolmente di essere madre di una figlia disabile.

“E io? Se avessi potuto scegliere, se avessi saputo, cosa avrei fatto? Se potessi, Daria, mi ti rimetterei dentr’ a la panz? Se potessi scegliere, sceglierei di non farti nascere? La domanda prescinde da te. La domanda vale di per sé”.

Oltre che per la valorizzazione del diritto all’autodeterminazione, che si estrinseca nel diritto all’aborto, ancora troppo ostacolato nel nostro tempo in cui la famiglia, fondata sull’amore, non viene sufficientemente  concepita come frutto di una scelta libera e consapevole, il libro vincitore del Premio Strega di quest’anno merita di essere letto per il viaggio interiore, fatto di delicatezza e sensi di colpa, in cui ci guida una madre malata di una figlia disabile attraverso le pagine della sua storia.

 Il messaggio più bello che se ne ricava è la necessità di rispettare scelte diverse da quelle che altre donne avrebbero fatto se poste nelle medesime condizioni, senza mai ergersi a moralisti giudici inquisitori della vita altrui, nella totale consapevolezza che emancipazione femminile vuol dire sia libertà di scelta sia vicinanza nel dolore.   

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