I CENTO PASSI CHE CI SEPARANO DALLA CRIMINALITÀ. IL FILM DI MARCO TULLIO GIORDANA CHE CELEBRA PEPPINO IMPASTATO

Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento del cadavere del leader democristiano, Aldo Moro, a Cinisi, un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare a trenta chilometri da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Rapito da Cosa Nostra e fatto esplodere sui binari della ferrovia, a pochi giorni dalle elezioni nelle quali era candidato. Mentre per l’uccisione di Aldo Moro furono condannati 15 brigatisti – anche se la storia del rapimento e dell’omicidio resta piena di dubbi e ombre – per Peppino Impastato serviranno 17 anni prima che il boss Gaetano Badalamenti, mandate dell’assassinio, venga condannato. 

Oggi voglio raccontarvi la sua storia attraverso il film che, nel 2000, diresse Marco Tullio Giordana. “I cento passi” racconta di un ragazzo impegnato nella lotta contro la mafia, che non si rassegnò a essere un semplice strumento – come disse Giovanni, fratello di Peppino – ma voleva lasciare una traccia visibile del suo passaggio. E Peppino questa traccia l’ha lasciata, ha lasciato la sua voce e il suo coraggio. 

Di cento passi, esattamente cento passi, era la distanza tra l’abitazione di Peppino e quella di don Tano – da qui il titolo del film – nella Cinisi degli anni di piombo. Quando si batte per la prima volta insieme ai contadini che si oppongono all’esproprio delle loro terre per ampliare l’aeroporto, Peppino conosce le prime sconfitte ma scopre l’orgoglio di una vocazione. Il giovane ribelle siciliano fondò infatti, subito dopo, RADIO AUT, una radio di denuncia contro la mafia, contro gli affari sporchi, l’abusivismo e la corruzione che in quegli stessi anni governano la Sicilia. Una radio voluta fortemente da Peppino, figlio di un mafioso, con un destino da mafioso già scritto per lui. Ma con la mafia Peppino non ci ha mai voluto avere a che fare e anzi ne diverrà il principale accusatore. Così Radio Aut diventerà la radio che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia. 

All’interno della radio, con molta intelligenza, Peppino crea una sorta di satira, con nomi che vengono sostituiti da nomignoli gonfiati e ridicolizzati con grande maestria. E così Cinisi diventa “mafiopoli”, il mafioso Gaetano Badalamenti diventa “Tano Seduto”, il dott. Cucinella diventa “piccola cucina a gas”. E, mentre la gente comune sta attaccata alla radio e si diverte, i diretti interessati ascoltano indignati, attenti a non perdere ciò che direttamente li può riguardare.

Ad un certo punto il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere, mentre madre e fratrello sono solidali con lui. Quando arriva il Settantasette, mentre c’è chi si rifugia nel privato, lui si presenta alle elezioni comunali. Due giorni prima Peppino Impastato viene fatto saltare in aria, dopo essere stato brutalmente mal menato. Il tritolo gli era stato conficcato sotto il corpo e nella bocca, perchè di quella bocca non rimanesse niente. Al funerale, del suo corpo vengono sepolti in un sacchetto soltanto mani e piedi: il resto non c’è più.

Tra i vari riconoscimenti, il film vinse il premio per la migliore sceneggiatura alla 57^ mostra di Venezia e ai David di Donatello nel 2001. Luigi Lo Cascio e Tony Sperandeo trionfarono nello stesso anno come miglior attore protagonista e attore non protagonista, ricevendo un David.

Ma più che un film sulla mafia, mi piace raccontarlo come un film sull’energia, sulla voglia di costruire, sull’immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell’illusione di cambiarlo. È un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all’esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza.

Il film evoca un ambientazione particolare della storia d’Italia. La nostra Storia. Dove le auto esplodono con l’ennesima vittima, dove tutto sembra scorrere nell’assoluta normalità. Il bar all’angolo, un matrimonio, la scuola e una pizza. Ma Marco Tullio Giordana, che di storia del Sud e d’Italia se ne intende, ci fa capire che quella di Cinisi non è una vita normale in un paese normale. A Cinisi ci sono le “famiglie”, i sepolcri sono imbiancati, le regole della vita e della morte, del lavoro e della famiglia, governano l’esistenza, che pare immobile. Tutto deve sembrare buono, giusto, onorevole. Nemmeno un aeroporto pericoloso come quello di Punta Raisi, costruito per logiche certamente non attinenti allo sviluppo, alla sicurezza e al buon senso, scuote un paese, questo paese. Mentre, negli animi più sensibili e intelligenti, svegli e irruenti, suona, prima per curiosità poi per impegno, l’allarme della rivolta e della riscossa civile. È il lato più inquietante, diretto, vero, che questo film italiano riesce a cogliere grazie all’occhio attento di Giordana. Sono gli occhi del suo protagonista – li vediamo, quegli occhi, scrutare le esequie dello zio Cesare con l’arguzia innocente dell’infanzia – la cui storia è ancora in brandelli, con una giustizia ancora barcollante. 

L’impegno civile di Giordana (co-sceneggiatore insieme a Claudio Fava e Monica Zappelli) è encomiabile. Negli anni dell’elettrica e contagiosa scossa civile che accompagna l’eroica resistenza morale di Peppino che, non accetta alcun tipo di tattica prudente, trovano la loro parte migliore i rapporti intra-familiari. Perché tra gli Impastato – padre, madre, due figli maschi – parole, sguardi, silenzi e violenze scorrono o esplodono con forte intensità e debito realismo. Per questo, I cento passi non è un film sulla mafia anche se parla quasi esclusivamente di mafia. È un film sugli ideali del ’68, sui rapporti tra persone quando sono sottoposti all’imposizione di patologie sociali e culturali come quelle che hanno incancrenito un’isola, una regione, una nazione intera. Un film di intelligente analisi sociale, di condanna di quel buon senso collettivo opportunista, accomodante e familista che consente alla mafia di dominare ancora oggi. 

Ed è struggente il sentimento del tempo: Le immagini in bianco e nero del vero Peppino bucano lo schermo quando la storia finisce mentre la bara passa in un corteo di ragazzi dai pugni chiusi levati in alto e bandiere rosse, con le parole “La nostre idee non moriranno mai”.

Uno, due, tre, quattro… novantotto, novantanove, cento. Cento passi, nel viale principale dell’onestà e della libertà, da una casa all’altra. Quando anche noi passeggiamo tranquilli “nelle nostre tiepide case”, ricordiamoci di alzare lo sguardo e di guardare. Guardare, non solo vedere, ed avere il coraggio di indignarsi e di gridare che LA VERITÀ è più forte di tutto.

“Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”

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