Homo deus

Nel 1990 l’Esa, l’agenzia spaziale europea, insieme con la Nasa, lanciò una navicella spaziale nell’eliosfera, in una delle missioni più ambiziose mai provate: esplorare i poli del sole.

Il nome scelto per la missione fu “Ulisse”.

Il nome del protagonista di 2001:Odissea nello spazio di Kubrick è David Bowman, ovvero l’uomo (man) con l’arco (bow), ancora una volta Ulisse.

Ovviamente queste associazioni tra Ulisse e la scoperta dell’ignoto non destano scalpore. Almeno per noi.

Non per il suo creatore: Omero.

Ulisse nell’Odissea è l’eroe della nostalgia. In lui dimora ardente il desiderio di tornare a casa, certo l’eroe avrebbe potuto evitare di trascorrere un anno intero con Circe e se non lo fa non è certo per motivi filosofici o per qualche desiderio di conoscenza, sicuramente non di conoscenza intellettuale si tratta. Solo raramente le sue azioni sono motivate da curiosità intellettuale, quando incontra le sirene o al cospetto di Polifemo. Per il resto Ulisse è sempre spinto dal caso, non cerca le avventure, semmai le subisce.

Il “nostro” Ulisse, la versione che tutti conosciamo, ci arriva da una tradizione diversa, è il frutto dell’immaginazione di Dante Alighieri, la storia nasce nel XXVI canto dell’Inferno.

Nell’antichità il viaggio di Ulisse seguiva un movimento centripeto: era un ritorno. E infatti i filosofi greci lo interpretavano come l’allegoria dell’anima che cerca di liberarsi dei suoi vincoli corporei, riscoprendo la sua autentica natura spirituale. In Dante questo cerchio metafisico si rompe, l’inizio e la fine non coincidono più.

Ulisse rinuncia al ritorno alla cara patria e si mette per l’alto mare aperto. In cerca dell’ignoto, desidera la conoscenza. “l’ardore…a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore” (Inferno XXVI, 98-99).  “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”. A questi versi è capitato quello che sempre accade alle citazioni famose: diventando proverbiali se ne perde il vero signficato.

Ma questi tre versi condensano secoli di filosofia. Se vuoi sapere cosa fare della tua vita, se vuoi darle un senso devi capire chi sei “considerate la vostra semenza”. La nostra vita non può essere solo piacere e divertimento “fatti non foste a viver come bruti”. Noi siamo esseri razionali è lì il segreto della vita felice. Ecco perché la conoscenza è importante “ma per seguir virtute e canoscenza”. A parlare è un Ulisse molto aristotelico. Ma davvero la conoscenza è così importante?

Per gli antichi greci e per Aristotele tantissimo. Il filosofo ci invita a recuperare la nostra natura divina, diventando come gli dei. Gli dei per Aristotele sono prima di tutto, intelletti pensanti e conoscenti.

Dio è pensiero, scrive Aristotele nella “Metafisica”. Quando si diventa divini, immortali? Quando noi pensiamo e usiamo la nostra ragione per conoscere. O meglio quando usando la nostra intelligenza riusciamo a comprendere e capire, in quel momento siamo come Dio. Come lui vediamo e capiamo la bellezza che ci circonda, l’ordine che domina sul caso. Questo è quanto promette Aristotele: vedere la realtà con gli occhi di Dio.  

Alla fine della Divina Commedia, la felicità dei beati nella rosa empirea del Paradiso è quella di Aristotele: è la possibilità di contemplare Dio e contemplandolo, comprendere pienamente la realtà e tutte le cose. Così in Dante come in Aristotele, il desiderio di conoscere è la causa ultima di tutta la vita. Ma quanta verità può sopportare un uomo, quanta ne può osare? 

Ulisse invita i suoi compagni a seguire virtute e canoscenza, il riferimento è ancora una volta aristotelico, che era un pensiero costruito sulla dialettica tra virtù etiche che riguardano la giustizia, l’onestà, la generosità e quelle teoretiche relative alla conoscenza. Ecco, equilibrio tra etica e conoscenza.  Dove maggiore invece, è stata la tensione tra conoscenza ed etica nel Novecento è nel campo delle ricerche sulla fissazione nucleare: la bomba atomica. “I fisici hanno conosciuto il peccato; e questa è una conoscenza che non potranno perdere” frase celebre di Oppenheimer. 

Una conoscenza quasi divina al prezzo della responsabilità etica. Parafrasando una frase di Plotino l’obiettivo è essere come Dio, che esista o meno non fa più differenza. 

La conoscenza ci ha resi grandi, simili agli dei. La domanda è: ci salverà da noi stessi?

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