GOLDEN GLOBE 2024: IL TRIONFO DI CHRISTOPHER NOLAN. THE BEAR E THE SUCCESSION SONO LE DUE SERIE DI SUCCESSO DEGLI ULTIMI ANNI. GARRONE TORNA DALLA CALIFORNIA A MANI VUOTE

Miglior Film.
Miglior Regia.
Miglior Attore Protagonista.
Miglior Attore Non Protagonista.
Miglior Colonna Sonora.

Un trionfo senza precedenti per l’autore di Interstellar, uno dei colossal cinematografici più belli di sempre. Eppure Nolan non era mai riuscito a conquistare un successo così travolgente che ha superato addirittura quello di Greta Gerwig. Il suo Oppenheimer, con 950 milioni al botteghino, è stato il terzo miglior incasso del 2023, dopo Barbie e The Super Mario Bros Movie. Il tappeto rosso che anticipa la notte degli Oscar, è un chiaro presagio che la storia sul padre della bomba atomica sarà un trionfo anche ad Hollywood? Questo lo vedremo.

Quello che è certo è che Christopher Nolan ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei più grandi registi del momento che ha saputo dirigere, e dirige ancora oggi, uno degli attori più versatili e autentici del mondo, Cillian Murphy, che ha interpretato magistralmente Robert Oppenheimer, lo scienziato americano che ha lavorato al Progetto Manhattan con altri scienziati ed ha inventato l’ordigno nucleare che distrusse Hiroshima e Nagasaki nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale. Un biopic? Qualcuno l’ha definito tale ma è di più. È un’esperienza nolanianissima in cui il regista non si limita a raccontare il personaggio: ci fa entrare nella testa del genio che voleva cambiare il mondo e ha finito in qualche modo per distruggerlo, dove vediamo particelle che si muovono alla velocità della luce, molecole che ruotano, atomi che si dividono. Esplosioni di immagini astratte. Fenomeni incandescenti e figure dal grande potere evocativo (come quelle legate alla metafora delle lenzuola).

Ma è attraverso l’uso del suono e della visione che siamo costantemente dentro alla storia, alla testa di Oppie, a Los Alamos, al progetto Manhattan, persino dentro a una testata nucleare. Basti una scena per tutte: il Trinity, si chiama così il test di detonazione condotto nel deserto del New Mexico prima di affidare l’arma all’esercito. 10 minuti concitatissimi, che viviamo da diverse postazioni, fino al big bang che, intelligentemente, è tutta luce e nemmeno un accenno di audio. Ché Nolan riesce a dare un senso pure a quell’ossimoro abusassimo: silenzio assordante. È il racconto di quel personaggio storico che dà il titolo al film, che viene considerato il Padre della bomba atomica e il Prometeo moderno che rubò il fuoco per dare agli uomini l’autodistruzione. Ma è bene specificarlo (anche se gli appassionati ed estimatori di Nolan dovrebbero saperlo): il film non ha la forma o i limiti del cinema classico, ma una costruzione narrativa che rifugge la linearità e il racconto pedissequo di eventi reali. E ovviamente per una figura complessa come quella di Oppenheimer bisognava andare oltre al concetto storico.

Ed è tutto un flashback della carriera di Oppie, della sua permanenza alla UC Berkeley, del suo matrimonio con Kitty (Emily Blunt), della sua relazione con la psichiatra comunista Jean Tatlock (una Florence Pugh che ruba la scena). Robert Downey Jr. piazza uno dei migliori lavori della sua carriera con il personaggio Lewis Strauss, vincendo il golden globe come miglior attore non protagonista. E ancora Benny Safdie, Rami Malek, Casey Affleck, Jason Clarke, Matthew Modine, Alden Ehrenreich e un gigantesco Gary Oldman nei panni di Harry Truman, che in un solo momento ci restituisce il ritratto di un presidente stronzo come non mai. E poi un Matt Damon tutto baffoni e distintivo, alias il generale Leslie Groves, referente militare del progetto Manhattan. I suoi duetti con l’Oppie di Murphy sono magnifici.

Quando un nucleo atomico pesante decade emette una quantità impressionante d’energia. È quello che in poesia si dice dei giganti: che quando rovinano al suolo, il colpo si avverte ovunque. Quando una goccia cade in uno stagno, le onde si propagano in modo piuttosto evidente. È quello che fa Christopher Nolan con questa sua ultima opera. Prende un nucleo caratteriale con una densità socio-politica elevata e lo bombarda di quesiti e accuse, scindendolo in nuclei narrativi di massa inferiore, ognuno di essi correlato all’altro. Ma un nucleo pesante più lo colpisci e più genera potenza, una forza di tipo etico e morale pronta a implodere ed esplodere insieme. La verità.

Questa, di fatto, è l’energia radioattiva che Nolan tenta di liberare; tanto su chi fosse concretamente il fisico “che portò la meccanica quantistica in America”, quanto sulle paure, le ipocrisie e le contraddizioni di un paese che mentre lottava contro i nazisti già si preoccupava dei comunisti, tentando di aumentare il proprio arsenale senza timore “di usare qualsiasi arma in loro possesso, anche la peggiore”. Lo fa mediante un processo cinematografico votato alla causa, introducendo il contraltare della fusione alla fissione, lasciando scontrare il nucleo Strauss contro quello di Oppie per arrivare a quella nuova verità alla base di tutto, persino del mondo per come oggi lo conosciamo, cambiato nel profondo dal Progetto Manhattan, prima reazione a catena di una propagazione di massa delle armi atomiche. Un incubo che noi – soprattutto oggi – viviamo giorno dopo giorno ad occhi aperti, mentre Nolan al suo Oppie consapevole e inorridito decide di farglieli chiudere, testimoniando concretamente le sue profetiche parole: che un futuro di questo tipo è semplicemente inimmaginabile. Eppure noi ci viviamo dentro.

Non è un film perfetto Oppenheimer, ma è un grande film, è un’opera alta, che non teme mai di entrare nelle pieghe, nelle sfumature ed è la dimostrazione che portare sullo schermo la storia recente è davvero un’impresa titanica, per la quale tre ore – sì, TRE ORE – sono troppe ma anche troppo poche. È un film totale, Oppenheimer, che racchiude il senso del cinema di un autore totale, Christopher Nolan, starring un attore totale, Cillian Murphy che, dopo Peaky Blinders e per la prima volta sul grande schermo, trova un ruolo totale. Se questo non è Cinema, spiegatemi cos’è!

D’altra parte il successo non ha catturato solo Nolan. Un Golden Globe anche per Emma Stone come miglior attrice nel film attesissimo di Yorgos Lanthimos, Poor Things, in uscita in Italia il 25 gennaio e vincitore del golden globe nella categoria commedia e musical. La Stone interpreta Bella Baxter, femminista punk e versione femminile di Frankenstein. Vincitore del Leone D’Oro al festival di Venezia 2023, Poor Things è un concentrato di ironia e travolgente bellezza che si fonde con il tema della sessualità. Sperimentazione, esplorazione, voglia di scoprire mondi, continenti e anche il proprio corpo che, troppe volte, non si conosce e non lo si ascolta. Definito barocco e futurista al tempo stesso, per costumi e ambientazioni al limite tra moderno e antico, adattamento dell’omonimo romanzo dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato nel 1992, il racconto di un mondo surreale in cui il confine tra mostruoso e meraviglioso è molto labile.

Il dottor Godwin Baxter, interpretato da Willem Dafoe, che non certo per caso si fa chiamare solo “God”, letteralmente “Dio”, è un rivoluzionario Frankenstein, figlio a sua volta di un dottore pazzo che sperimentava su di lui ogni genere di crudeltà “in nome del progresso e della scienza”. È lui a riportare in vita Bella dall’aldilà dopo il suicidio, facendone così la sua creatura, il suo esperimento, come lo chiama lui. Il nome che porta non è affatto un caso, poiché la giovane donna seduce tutti quelli che incontra lungo il suo cammino, e questo nonostante il suo handicap, “una splendida ritardata” la definirà uno dei personaggi. Ha movenze a mezza via tra il robotico e l’infantile, e scoordinazione da vendere, ma impara un poco alla volta, e lo fa, soprattutto all’inizio, come una bambina viziata, tradendo il buon costume e le logiche sociali dello stare al mondo, avendo reazioni anche molto violente quando le viene vietato di fare qualcosa che invece le va. Il dottor Baxter ha provato a costruirle una dimora vittoriana che sia il più sicura possibile per un individuo così fragile, eppure man mano lei stessa si accorge che seppur dorata, quella è pur sempre una gabbia.

E così Bella, i cui capelli crescono in fretta, al ritmo di due centimetri e mezzo al giorno, che riesce a imparare quindici nuove parole ogni ventiquattrore, a un certo punto se non può esplorare il fuori, si accontenta per il momento di esplorare il dentro, il suo corpo, e scopre così, per prima cosa, il piacere. Lo scopre da sé, toccandosi una mattina a colazione per caso con della verdura, e le piace tantissimo, un piacere infantile e candido che però non riesce a capire perché non può praticare dove, quando e con chi vuole. Le dicono che la società “è fatta così”, e che certe cose “non stanno bene”. È questo il centro di gravità attorno a cui ruota questo racconto di liberazione della figura femminile, una storia in cui la sessualità, il sesso – inteso come potere, dominio, ricatto, convenzioni, ruoli di genere ripetuti nei secoli da educazioni e regole repressive negano alle donne soprattutto i loro corpi e la libertà di disporne – diventa invece strumento di ribellione. La ragazza ha però un cervello vergine, letteralmente, e tutto questo non lo sa. Assapora il sesso con l’amante, un avvocato donnaiolo (Mark Ruffalo) con cui abbandona la casa del padre e il promesso sposo che lui le aveva scelto per conoscere il mondo: Lisbona, Atene, Alessandria d’Egitto. Così facendo, fuori dal recinto a suo modo dorato di God scopre che esistono violenza, infelicità e miseria.

Accadranno molte cose prima che Bella torni a casa, e prima che crei il suo mondo: una Barbieland di meravigliose imperfezioni. Poor Things è una sorta di ribellione all’immaginario di quelle narrazioni in cui le eroine sono condannate a morte e infelicità da personaggi di maschi, mariti, amanti, criminali, folli, egoisti e violenti. A ciascuno di questi Lanthimos sembra sovrapporre la figura di Bella, mutandone di volta in volta il segno, un ingrediente impazzito che cambia la ricetta delle cose, gli epiloghi scontati, ne muta il segno, non più puttana ma sex worker al grido de “il corpo è mio”, non più Eva scacciata dall’Eden ma figlia che torna di sua volontà, non moglie vittima e suicida del marito colonialista e guerrafondaio ma guerriera che lo neutralizza con l’intelligenza, che invece a lui, come a molti altri degli uomini che incontra, sembra mancare.

The Bear e The Succession sono invece tra le serie tv più premiate all’81esima cerimonia dei Golden Globes. Un po’ di delusione per The Crown che sicuramente meritava molto di più. Accanto alle vittorie meritate di questi capolavori moderni, purtroppo si colloca la sconfitta di Matteo Garrone battuto dal film della regista francese Justin Triet, Anatomia di una Caduta, vincitrice anche della Palma D’Oro all’ultimo festival di Cannes. È già una grande soddisfazione però che sia stato candidato tra i migliori film non in lingua inglese.

lo Capitano è una storia documentata di viaggio e formazione di due ragazzi africani, prima di diventare strumento di denuncia e richiamo all’accoglienza di interesse umanitario. Garrone si prende il rischio di mostrare un Senegal povero ma felice, terra d’origine che si tinge di suggestioni, suoni e colori ipersaturi. E allora come mai i due ragazzi se ne vanno? Non potevano farsi “aiutare a casa loro”? No. Perché sono due sedicenni normali, con gli stessi miti e le medesime aspirazioni dei propri coetanei: sono sogni preclusi per chi vive nel degrado fuori dall’Europa ma subisce comunque l’influenza, il richiamo e la fascinazione di modelli culturali simili. Seydou e Moussa si nutrono infatti di YouTube e pianificano un’esistenza da pop star nel nuovo mondo dove s’immaginano a firmare autografi per i ragazzi bianchi.

Al contrario del viaggio senza scelta di tanti migranti disperati, il loro somiglia più a quei racconti di formazione in cui si parte con un po’ di ingenuità e si finisce pieni di amarezza. La riflessione è spostata quindi sul piano dei valori esaminando il diritto dei giovani africani a reclamare pari opportunità, nonostante siano nati dalla parte sbagliata del globo. È l’aspirazione del sogno, la voglia di realizzarsi altrove, la lotta per la sopravvivenza che risponde con l’introspezione alle semplificazioni di certa retorica populista e che rinuncia ai sentimentalismi e si avvicina ai protagonisti con un interesse più intellettuale che empatico. La scelta di spiegare il viaggio come ricerca dell’emancipazione e non semplice fuga per la sopravvivenza, apre un fronte nuovo nella narrazione sui migranti. Per questo lo capitano resta un film necessario, una storia che si deve raccontare e che, a Hollywood, potrebbe rompere ogni schema.

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