Dogman: il nuovo film di Luc Besson

Ho visto questo film qualche giorno fa e mi ha emozionato. Luc Besson sceglie un attore che si rivela clamoroso, mettendo in scena una performance straordinaria, ovvero Caleb Landry-Jones.

E’ lui da solo che costruisce e mantiene praticamente tutto il film insieme a dei cani fantastici. Caleb veste i panni di Douglas una persona che, fin da bambino, subisce i soprusi del padre e del fratello e ad un certo punto viene costretto a vivere nella gabbia dove il padre tiene i suoi cani, sempre affamati, in modo che siano aggressivi perché li utilizza per i combattimenti.

Ed è da lì che Doug inizia a stringere una relazione sempre più stretta con i cani. Doug diventa una icona totale contro ogni tipo di razzismo e difficoltà, essendo costretto su una sedia a rotelle per via delle violenze subite dal padre, dalla quale riesce a mantenersi in piedi solo per pochi minuti altrimenti rischia di morire per una lesione al midollo spinale.

Un personaggio che nel suo vivere la vita attraverso l’amore per i cani diventa un cane egli stesso. Un randagio, un reietto. E’ una storia simbolica quella che viene raccontata in questo film che sa portare avanti un discorso sulla cura del prossimo, sulla solitudine in una società ostile (nei fatti, Doug è un reietto, tutti in un modo o in un altro lo respingono), sull’amore che guarisce da un trauma (l’intensità emotiva tra chi riconosce il proprio dolore negli occhi altrui: accade tra Doug e la psicologa che ne indaga il passato, ma anche tra Doug e i cani).

Un film anche gender fluid perché il protagonista si sente se stesso solo indossando maschere, truccandosi, lavorando in un locale di drag queen dove si guadagna da vivere interpretando a volte Marilyn Monroe, altre volte Edith Piaf, ed è solo in quei momenti che si sente davvero vivo, trova la sua libertà nella maschera perché non riconosce più il suo volto ormai dilaniato e perso dopo anni di soprusi ed abusi da parte della sua famiglia bigotta e violenta. Quando è truccato ed indossa la maschera invece trova se stesso.

Importante nella sua vita è anche il ruolo della lettura di classici e, grazie ad una professoressa, soprattutto di Shakespeare, che lo porterà ad amare il teatro e da lì la scoperta del trucco e delle amate maschere. Il film potrebbe sembrare che parli della storia di un emarginato ma in realtà serve a Besson per parlare della società normale che gira intorno e che non si accorge degli emarginati, dei randagi ma solo di come tirare avanti in un mondo capitalista, fregandosene del prossimo.

Da qui la frase che Douglas dice quando si trova in carcere parlando dei suoi cani: “per quanto ne so io hanno soltanto un difetto si fidano degli umani”. È un film non inquadrabile in un solo genere, è anche fantasy da un certo punto di vista, perchè i cani e Doug stringono un così penetrante rapporto che si capiscono solo con uno sguardo. E’ un racconto semplice, con una forte carica morale che però non scade mai in un protagonista che si piange addosso per la sua condizione, anzi, Doug non perde mai la dignità anche se conosce il dolore sotto tutte le sue forme, dilaniato dall’amore impossibile e non corrisposto, sia della famiglia che del mondo, trasfigurato in altre figure devastate come Edith Piaf o Marilyn Monroe, ma sempre e comunque desideroso di rialzarsi dalla sedia a rotelle sulla quale è costretto o rialzarsi contro una vita che lo affossa sempre e da sempre, fosse anche per due minuti. Forse non è un caso che God al contrario sia proprio Dog.

 “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”, sosteneva Alphonse de Lamartine e questo film lo dimostra appieno.

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