Dietro l’asola c’è un sarto con ago e filo…

Il signor Antonio Tufano è il papà di una mia amica, un’amica conosciuta grazie alle nostre bambine che si sono conosciute tra i banchetti di scuola. Ha un passato da sarto il signor Antonio e stamane, era in trepida attesa per raccontare, per raccontarsi. Faccio un pochino di ritardo, come al solito, perché ho sempre millecento cose da fare come dice mia figlia. Il messaggio di Pina, mi avvisa che il signor Antonio mi sta aspettando : maggia movere! Eccomi qui, nella cucina di una coppia di anziani, una piccola stanza in penombra, perché il sole – ormai caldissimo – non riesce però a intrufolarsi nella finestra aperta, con le persiane poco abbassate, perché il palazzo del vicino, fa da scudo, riservando alla cucina dei gentili vecchietti, un’aria fresca della serie ”comma si sta bene qua!”. La signora Giuseppina ha gli occhi color cielo o color mare, è a discrezione di chi la guarda dare un nome a quella immensità, incastonata su un viso roseo, solcato da morbide rughe, che incorniciano un sorriso di esemplare bellezza. Il signor Antonio mi fa accomodare, è felice, lo sento, lo vedo… “Allora vulite sapè a storia mia? È va racconto cu piacere”… E il viaggio, a ritroso nel tempo, ha inizio, un tempo tappezzato da stoffe a quadri, a righe, da fili di cotone che si intrecciano ai ricordi e a lunghi anni di lavoro, anche se più che lavoro è stata una vera passione.

Il signor Antonio ha un passato da sarto alle spalle, ha vestito i maschi per una vita intera. Ha iniziato da bambino questo lavoro, aveva circa 8 – 9 anni quando, prendendo i resti di stoffa che il padre -sarto anch’egli- metteva da parte, perché superflui, iniziava ad unirli, a cucirli, a dargli forma, con ago, filo e il ditale che sulle sue piccole dita non voleva proprio stare! Della cucitura della stoffa, il piccolo Antonio aveva la stoffa! Perdonate il giro di parole! Fu per questo che il padre, notando la sua dote, lo portó dal ”masto” ossia dal maestro artigiano sartoriale che nelle sua bottega, creava abiti maschili cuciti su misura, venduti ai privati in base alle loro richieste, in base alle loro esigenze. Lavorare col “masto” voleva dire avere quel pizzico di soggezione verso chi è lì per insegnarti un mestiere, tra trucchi rubati e consigli presi al volo. Il piccolo Antonio restó a lavorare col ”masto” fino ai 15- 16 anni, portando a casa solo 50 Mila lire alla settimana e un carico di esperienza che gli serví per l’avvenire… ”Erano pure troppi per me 50 Mila lire a settimana – mi confida il signor Antonio – in fondo ero io che dovevo essergli riconoscente e grato per l’ insegnamento che il mio maestro mi dava!”. Quando quel bambino, con le dita abbastanza bucate dagli aghi, per fare entrare il mestiere nel sangue, divenne un giovanotto, lasció la bottega del masto per lavorare nelle fabbriche sartoriali. La differenza tra la bottega e la fabbrica era data dal cliente, che nella bottega decideva l’abito da farsi confezionare, con la stoffa che a volte proprio lui procurava, pagando così solo la manodopera. Nella fabbrica invece, gli abiti da creare erano scelti dal capo della fabbrica, attraverso schizzi su fogli di carta chiamati progetti e che prendevano forma grazie al lavoro di dipendenti e macchinari a pedali e a vapore. Il cliente in fabbrica non sceglieva l’abito a proprio piacimento, perché i capi erano già confezionati, pertanto gli toccava semplicemente scegliere i modelli da acquistare e che avrebbe poi rivenduto nel suo negozio. Sia in bottega che in fabbrica, il metodo per cucire un capo maschile – come un vestito, una giacca, un pantalone, un soprabito – era sempre lo stesso, bisognava dapprima avviare la fase del progetto, che vedeva il capo maschile prendere vita su carta da una matita che danzava tra il foglio e le dita, si passava quindi alla fase della di lavorazione, che vedeva, su larghi tavoloni, distese di spezzi di stoffa, a righe, a quadratini, che venivano uniti tra loro con le spille, per non farli muovere, proseguendo poi per la squadratura, che avrebbe anticipato lo stile dell’abito, finendo col il taglio del vestito, che il cliente della bottega o un manichino dell’azienda avrebbe indossato per completare il lavoro, si provvedeva a fare quindi le asole al vestito che per ultimo veniva stirato, divenendo così un capo finito e pronto per la consegna.

La stiratura, nelle botteghe avveniva col ferro da stiro riscaldato sui carboni ardenti, invece, nelle fabbriche sartoriali la stiratura avveniva attraverso il lavoro tra la figura dello stiratore e la pressa a vapore che stirava capi in continuazione. Il lavoro dello stiratore era molto pesante, soprattutto in estate, tra le calde temperature esterne e quelle interne generate dalla pressa. È per questo, che la figura dello stiratore, in fabbrica, era tutelata, riservandogli prima dei pasti, ogni giorno un cambio di indumenti, freschi e puliti, per mettere da parte quelli sudati; dopo essersi dato una rinfrescata, lo stiratore poteva sedersi alla mensa offerta in fabbrica e deliziarsi ogni giorno con una fetta di carne ai ferri, proprio per rigenerare le energie perse. Quanto detto avveniva nella fabbrica DE FALCO, dove il giovane Antonio ha iniziato a lavorare per la prima volta, la fabbrica era gestita da un padre e da sua figlia, che trattava i dipendenti con molta cura, provvedendo a cucinare piatti di pasta saporiti, tutti i giorni, dietro un piccolo contributo degli operai. La signorina FALCO , alla morte del padre, prese le retini in mano della fabbrica, portando avanti gli insegnamenti ricevuti: avere cura e cuore per i dipendenti. Il signor Antonio ha lavorato in più di 10 fabbriche, sparse tra la zona Nolana e vesuviana, ha sempre rivestito il ruolo di capo fabbrica data l’esperienza lavorativa che aveva. Il lavoro in fabbrica iniziavano alle 8:30 di mattina col suono della tufa, la sirena, che annunciava l’inizio di una nuova giornata lavorativa. In fabbrica lavoravano uomini e donne fino a sera. Chiedo al signor Antonio se la paga delle donne era pari a quella degli uomini. Siamo nel 1958- 1960. Godo quando il mio conversatore, mi risponde di sì, perché a donne e uomini che lavorano, bisogna assicurare parità economica. Il signor Antonio, svolgeva il suo lavoro da capo fabbrica in uno spazio dell’azienda, in tale locale, provvedeva a fare il progetto dei capi da confezionare, decideva del numero dei capi e del numero di macchine e lavoratori che servivano. Mi confida che quando passava tra i dipendenti chini sulle loro postazioni a cucire, se doveva dare un consiglio ad una dipendente, restava qualche passo indietro da lei, per non metterla in soggezione. Nelle fabbriche in cui ha lavorato c’erano 50 – 100 – 250 dipendenti e da tali fabbriche usciva un numero giornaliero di capi pari al numero dei dipendenti. Nelle fabbriche degli anni 50, si lavorava alla luce dei lumi poggiati su ogni postazione perché gli impianti elettrici non erano del tutto diffusi. Tra le fabbriche in cui il signor Antonio ha lavorato, cita la fabbrica AVIGLIANA, la MAVIN, la fabbrica ISAIA – ancora esistente – e la fabbrica NATALE con più 250 dipendenti, capace di produrre 400 capi al giorno, che purtroppo oggi non esiste più. ”Perché queste fabbriche sono fallite? – chiedo, pensando ai lavoratori che non hanno più potuto sfamare i loro cari. “Falliscono perché la manodopera cinese costa poco e lavora a velocità paradossale, in turni senza fine, di lavoratori sottopagati che si alternano, come formiche indemoniate, arricchendo le tasche degli imprenditori e mettendo sul lastrico le piccole fabbriche italiane che tra tasse e concorrenza si suicidano col fallimento”. Una sartoria che ancora resiste a Somma Vesuviana è la sartoria CASTALDO, il cui titolare è rimasto un amico fedele del signor Antonio. “Perché resiste? – domando. ”La fabbrica resiste perché è vero che chi ha poco da spendere va sui capi più economici, però è anche vero che chi ha le tasche piene desidera un vestiario di tessuto lussuoso, che oggi esiste ancora e i ricchi lo vogliono e le fabbriche glielo procurano. Tra i tessuti più richiesti dal ceto sociale ricco, il signor Antonio cita il tessuto INGEGNERE OROPIANO, un tessuto leggero ed estivo e il lino irlandese.

Il signor Antonio mi racconta che quando lavorò nella fabbrica napoletana AVIGLIONE, crearono un campionario di vestiti, panciotti, soprabiti, che presentarono nel defilé ossia nella passerella delle grandi fabbriche torinesi, dove spiccava anche il marchio Marzotto. Il defilé non era altro che una sfilata di capi, indossati da modelli veri pagati per questo oppure da manichini mostrati in fila, per mettere il rappresentante delle aziende sartoriali nella condizione di scegliere il campionario da proporre al suo negozio al dettaglio. “Questa è la storia della mia passione, tra aghi, cotone e stoffe pregiate”….”Fate ancora lavoretti sartoriali? – sono curiosa io. Il signor Antonio sospira, poi mi confida che oltre qualche piega, a qualche pantalone suo, non fa nulla più, è molto dispiaciuto perché ha dimenticato come si fa il taglio dei vestiti.”Sapete che mi capita? Ho in mente di fare una cosa, poi mi dimentico cosa e giro per casa, mentre nella mia mente passa solo la parola niente, perché non mi ricordo, che cosa dovevo fare. Che devo fare quindi? Scoraggiarmi? No, mi conforto, dicendo a me stesso chell ca vo o Signore… Ho passato una vita innamorato della mia passione per il cucito e se qualcosa mi sfugge va bene così, sono stato già fortunato” -conclude, mettendo un punto alla chiacchierata. Ma io non voglio finirla così e gli chiedo se ha qualche vecchio strumento di lavoro. “Unu sulo? Ne tengo parecchi” – e alzandosi dalla sedia, camminando piano per gli anni e i sacrifici che porta addosso, va in un minuscolo sgabuzzino e tira fuori i suoi strumenti, sistemandoli su un tavolo coperto da una tovaglia rosa a righe gialle. “Guardate qua: chist è o ciucciariello uno strumento per stirare le giacche, poi c’è il ditale, il metro, le forbici e la squadra per quel taglio che non ricordo più come si fa”… ”Non fa niente che non lo ricordate più, mi avete raccontato una vita intera e posso dirle che è stato un viaggio nel passato, davvero bellissimo” lo conforto; ha gli occhi lucidi il signor Antonio e anche la signora Giuseppina, che mi guarda e sorride, ed è stupendo il sorriso sincero su un volto ornato da rughe – del tempo e delle intemperie della vita – e che nonostante tutto, non appare stanco perché ancora su quel volto nasce un sorriso. Il sole nella cucina di questi dolci vecchietti non arriva, perché il palazzo del vicino fa da scudo, eppure in questa piccola stanza in penombra, la luce della loro dignità, la sento tutta e mi illumina il cuore. Sono felice di aver chiaccherato con loro anche questa volta.

3 commenti su “Dietro l’asola c’è un sarto con ago e filo…”

  1. Adelina Mauro

    Ho letto fino alla fine con non poche emozioni. Ho ricordato il cucito di mia madre che faceva per il magazzino Del Popolo,di Nola,così mi pare che si chiamasse. Io avevo 8,o,10 anni quando in pullman con mamma mi recavo per la consegna: pantaloncini per adolescenti. Cuciti su modello,ma con cura e precisione. I sarti,le sarte di una volta,che lavoravano con passione e davano esempi di amore verso il lavoro. Che bella storia ,raccontata dal signor Antonio e quante carezze vi scorgo nel testo dell’autrice. Grazie. Ne ha date anche a me,ai miei anni trascorsi tra gli affetti più cari. Agli esempi ricevuti e al tempo che non muore.Grazie Giuditta…scusa mi sfugge il cognome.

    1. Giuditta Carrella

      Grazie a chi legge invece ❤️ mi fa tanto piacere quando storie di vita vera varcano i confini della propria famiglia e arrivano al cuore degli altri. Saremmo onorati come associazione di scrivere un articolo anche sulla storia del cucito della vostra mamma

  2. io ho letto dal primo istante ed anche se in questo caso si parla del mio papà ne vado Fiera e ne Sono Orgogliosa perché attraverso quel cucito , quelle punture che che con l’ ago si dava nella velocità del razzo per completare i suoi lavori dove ci ha sempre messo tempo passione ed amore hanno portato insieme ai sacrifici della mia mamma la realizzazione di noi tre figli. Il lavoro di mio padre mi appassionava e mi portava a stare con lui ore a guardare con quanto amore lo svolgeva e per la scuola mi faceva i cassini per cancellare il gesso alla lavagna. Io dire che sono FIERA DI QUELLE MANI CHE HANNO TRAVAGLIATO NOTTE E GIORNO È DIR POCO. Spero e lo dico con tutto il mio cuore che il lavoro tradizionale possa di nuovo avere l’ importanza di u a volta perché dietro quel lavoro ci stava anche tanto amore e dedizione. Grazie papà

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