Dar voce al dolore

Sin da piccola, mia madre, me l’ha sempre detto ”ti prendi i pensieri di tutti”, riferendosi alla mia indole di preoccuparmi degli altri e nella cerchia degli altri, c’erano sia persone conosciute che il mondo intero. Mi preoccupavo spesso da bambina e mi rattristavo per ogni cosa che interessava gli altri e che pur senza toccarmi personalmente, mi toccava dentro. Ricordo che un giorno vedendo la biro rossa di mio cugino Gaetano, tutta mordicchiata, quasi mi misi a piangere, perché convinta che lo stato di quella biro, era dovuta al fatto che Gaetano non aveva possibilità economiche per comprarne una nuova. Per non parlare quando qualcuno chiedeva a papà indicazioni stradali, passavo ore e ore a preoccuparmi se quello sconosciuto era giunto a destinazione. Ho sempre avuto l’impressione di avere sulle spalle uno zainetto invisibile, perennemente aperto e senza fondo, per metterci dentro i pensieri degli altri, rendendoli miei, belli o brutti che fossero. Crescendo, posso dire, che quello zainetto invisibile, non si è mai scrollato dalle mie spalle, è sempre stato lì al suo posto, mentre le stagioni passavano, cambiando colore al mondo. Quanti pensieri contiene questo zainetto e quanti ancora ne deve ancora contenere, pensieri degli altri che poi diventano storie di vita, anche se durati un istante. Se potessi mettere sulla bilancia questo zainetto, sicuramente i pensieri più pesanti sono quelli del dolore, della sofferenza degli altri, che faccio mia, ogni volta che sento parlare di un bambino che soffre, ogni volta che una notizia di cronaca invade i mass media, ogni volta che un essere vivente soffre. Ma il dolore degli altri quanto interessa a chi semplicemente guarda e passa? Cosa resta quando i riflettori si spengono e del dolore degli altri non se ne parla più? Lo zainetto che porto in spalla, non è un semplicemente un contenitore che raccoglie i pensieri, è il motore che attraverso le mie parole dà voce al dolore degli altri, perché del dolore altrui bisogna parlare, bisogna accoglierlo e far luce a chi soffre quando tutte le luci si spengono. Dal dolore degli altri si impara tanto, impari il coraggio di guardare avanti, impari a mettere in panchina le inutili lamentele e guardare della vita solo il senso, impari che il tempo non aspetta, che corre veloce più della vita frenetica che ci fa stare senza fiato e capisci che a volte fermarsi a guardare un tramonto, un arcobaleno o ad ascoltare il suono della pioggia dà alla vita un nuovo respiro, per un nuovo inizio. Bisogna parlare del dolore degli altri ma bisogna anche far parlare il dolore, prestando ascolto con le orecchie del cuore. Bisogna esserci, con le parole ma anche con il silenzio accanto a chi, pur non conoscendoci sta facendo i conti col dolore, con i suoi perché. Bisogna dare voce alla mamma che vede il suo bambino soffrire, al papà che aspetta il figlio che non tornerà più a casa, bisogna dare voce a chi ha paura, a chi si sente perduto e abbandonato. Bisogna dare voce al dolore di quel nonno che non riceve più visite nella casa di cura e trovare tutte le parole più belle da dirgli per confortare il suo cuore. Sollevando un po’ anche noi, la croce di chi la porta, diamo un senso alla vita sua e anche alla nostra. Uno scrittore anonimo con una sua lettera scriveva che gli uomini sono angeli con una sola ala e per volare bisogna volersi bene e affiancarci agli altri. Aggiungeva però che bisogna aiutare i fratelli la cui unica ala è impigliata nella rete delle intemperie della vita, solo così di questa vita si può capire il senso. Tanti anni fa, nell’ora di religione, un ragazzo chiese ad una sua amica in classe di aiutarlo nel riassunto di questa lettera e di scegliere insieme un titolo. La ragazza gli dettò l’intero suo riassunto e come titolo scelse “che cos’è la vita?” e il compito fu consegnato. Al ritorno da scuola il ragazzo ebbe un incidente stradale e quella lettera riassunta fu riportata su una pergamena ai suoi funerali. La ragazza che scrisse quella lettera ancora non sa oggi, la vita cos’è, eppure ogni giorno cerca di dare un senso a questa vita, mentre col suo zainetto in spalla, fa propri i pensieri degli altri, cercando nel suo piccolo, di dar voce a chi ha l’unica ala

impigliata nella rete di questo meraviglioso e misterioso viaggio chiamato vita.

7 commenti su “Dar voce al dolore”

  1. Complimenti, Giuditta! Il dolore è parte della vita di ognuno di noi. A volte, anzi spesso, si tende a volerlo nascondere perché ci fa apparire fragili in una società che ci vorrebbe invincibili. Se solo avessimo il coraggio di mostrarlo il dolore, tanti mali, ne sono certa, potrebbero essere attenuati. Grazie per ciò che hai scritto e voluto condividere!

    1. Giuditta Carrella

      È vero viviamo una società che vuole apparire forte ma siamo fragili come cristalli. Sicuramente con questo blog daremo voce a molti silenzi nascosti.

      1. verissimo siamo fragili queste bellissime iniziative servono a tutti per tirar fuori questi tremendi silenzi. Grazie

  2. Vorrei dire tante cose a Giuditta riguardo al dolore. Intanto complimenti per come ha saputo farci arrivare al cuore il” dolore”.
    Mi fermo a prendere fiato.
    Conosco il dolore.
    Ognuno di noi lo ha vissuto, lo vive. A volte inconsapevolmente.
    In”Spes ultima dea”, il mio dolore.
    Adesso non riesco ad aggiungere altro.
    Bravissima, Giuditta, per aver saputo dare voce al dolore che è crudo e talvolta infame, ma sa trovare anche la strada luminosa per giungere ad una meta.
    Lasciati abbracciare Giuditta , che sei fatta di sentimenti belli, Il mondo, la società ne ha bisogno.E scrivi di cuore. Sei molto brava.

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