“Dall’arrendevolezza alla resilienza: la realtà nel mito”.

Recensione del libro di Madeline Miller: “Galatea”.

Galatea (Γαλάτεια) significa “bianca come il latte” ed è il nome che evoca il colore della pelle della statua, diventata donna, realizzata dall’artista Pigmalione. Il mito greco racconta che lo scultore si innamorò perdutamente della sua creazione, realizzata nell’avorio, ritenendo la sua opera la sola degna del suo amore. Il suo desiderio di possederla fu talmente forte da ottenere dalla dea Afrodite la trasformazione della sua statua in donna, fatta di carne ed ossa.

La millenaria storia d’amore fra Galatea e Pigmalione viene rivisitata, in chiave moderna, dalla scrittrice Madeline Miller, nel suo racconto illustrato: “Galatea”. Nelle pagine del racconto, in cui le parole sono incise su disegni brutali, tinti con delicate venature di rosa su un chiaroscuro bianco e nero, l’amore di Pigmalione si svela per quello che è veramente: egoistico desiderio di possesso e feroce prevaricazione.

<< Scurendosi in volto, ha indicato qualcosa.

“Quello che cos’è?” Ho abbassato lo sguardo sul mio ventre e ho visto le lievi striature argentee sulla pelle, catturate dalla luce.

“Amore mio, sono i segni di nostra figlia. Dove il ventre si è teso”.

Li ha fissati. “Da quando sono lì?”                                                                                                

“Da quando è nata”. Dieci anni, ormai.

“Sono orribili” ha detto.

“Mi dispiace tanto, amore mio. Succede a tutte le donne”,

“Se tu fossi di pietra, li eliminerei a colpi di cesello” ha detto >>.

Galatea appare come una donna arrendevole, vittima del desiderio fisico e violento di un uomo che pretende di essere per lei marito, padre e madre. La donna diventa un oggetto inerme nelle sue mani, subendo un disumano processo di reificazione, che annichilisce la sua autonomia e la sua dignità. Pigmalione, accecato dalla gelosia, arriva a farle terra bruciata tutt’intorno e ad imprigionare fisicamente la “sua” donna, dopo averla oscurata mentalmente, inculcandole la convinzione di non valere niente.

Le scene di violenza domestica vengono descritte con ferocia quotidiana. La vita di Galatea diventa una continua lotta di sopravvivenza.  Lei lo asseconda per non morire ammazzata dalla mano di chi diceva di amarla.

<< Dopo, alla luce della torcia, si meravigliò per i segni che avevo addosso: rossi intorno al collo, viola sulle braccia e sul petto, dove mi aveva afferrata. Li strofinò quasi fossero macchie e non lividi.

“Il colore è perfetto” disse (…) Rappresenti la tela più rara, amore”.

Nonostante il buio circostante ed asfissiante, Galatea  trova il coraggio di ribellarsi, risorgendo grazie all’amore della figlia. Per salvarla, scopre la forza della resilienza, da sempre nascosta dentro di lei.

Il mito diventa, così, metafora di una triste realtà, in cui l’amore è l’ossessivo possesso carnale di una perfezione che difetta di autenticità.

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