“Come fiori sul selciato”.

Recensione: “Non dimenticare i fiori” di Kawamura Genki.

I ricordi sono le impronte del tempo passato sedimentate dentro di noi; sono come semi piantati nel terreno fertile della memoria, pronti a germogliare per rammentare a noi stessi chi siamo.

L’identità di ogni uomo si forgia sui ricordi, senza i quali saremmo fatti solo di carne ed ossa, di organi e sangue, ridotti ad esseri viventi senza anima, prigionieri di una vita nella quale non ci riconosciamo.

La più crudele delle malattie è quella capace di spazzarli via i ricordi, come se fossero roba vecchia di cui sbarazzarsi. Per questa malattia non c’è cura. Esiste solo smarrimento ed impotenza.

Kawamura Genki, nel romanzo “Non dimenticare i fiori”, ci ricorda, però, che, pur non essendoci la possibilità di una guarigione, esistono dei palliativi non strettamente scientifici, ma umani, fatti di carezze e parole, in grado di aiutare a sopravvivere.

Il libro racconta il legame tra una madre malata ed un figlio assente; un legame tormentato che nasce, si spezza per un periodo di abbandono, si ricuce e, poi, si consolida proprio grazie alla malattia.

Per colpa dell’Alzheimer, mamma Yuriko si perde in continuazione per le vie della città, seguendo una memoria ormai fallace, che ha smarrito ogni riferimento spazio-temporale e che, raminga, si rifugia in un passato lontano, credendolo presente.

Mentre il figlio Izumi sta per diventare padre, preparandosi ad accogliere una nuova vita da accudire, Yuriko torna bambina.

“Se da una parte continuava a perdere le parole, dall’altra acquistava ore di sonno. Spesso si rannicchiava tra le lenzuola a partire dal primo pomeriggio e restava ferma e immobile nella stessa posizione per ore e ore. Trascorreva più tempo a dormire che a fare qualsiasi altra cosa. Il suo volto addormentato ricordava quello di un neonato appisolato al sole con espressione beata. Ammesso che avesse perso tutte le parole e avesse scordato il suo nome, conservava almeno i ricordi insieme a Izumi? Che cosa sarebbe rimasto di lui nella madre, quando si fosse dimenticata anche della sua stessa esistenza?”

Straziante è il momento in cui la malattia degenera, ad una velocità inaspettata, e Yuriko, a tratti, asettici e terrificanti, arriva a chiedere al figlio: “Chi sei? Tu chi sei?”

Anche l’autosufficienza di Yuriko, poi, si dissolve insieme ai suoi ricordi.

“Una notte era stato svegliato da un rumore ed ero entrato nel gabinetto, dove avevo trovato Yuriko accovacciata accanto al water. Aveva sentito freddo ai piedi e si era guardato a terra, ma gli era occorso qualche minuto prima di afferrare che il liquido giallognolo simile allo sciroppo che si versa sulle granite sparso su tutto il pavimento era proprio urina. Le aveva sfilato il pigiama bagnato e l’aveva portata nella stanza da bagno per farle una doccia, ma aveva distolto lo sguardo dal corpo nudo della madre. Nel vederla ferma ed immobile come un tronco gli era infatti venuta voglia di mollarla lì, e come se non gliene importasse più niente le aveva detto di arrangiarsi. Almeno la doccia fattela da sola! Yuriko aveva afferrato la saponetta ed era rimasta con le mani in mano, lo sguardo perso nel vuoto. Forse non sapeva cosa fare, o forse non ricordava come farlo. A quel punto Izumi aveva aperto l’acqua calda gettandogliela sulla schiena raggrinzita e le aveva chiesto scusa, poi con lo sguardo all’ingiù le aveva tolto la saponetta dalla mano e l’aveva lavata. Quando aveva finito le aveva avvolto il corpo in un asciugamano e le aveva dato un pannolone e un pigiama nuovo. Aveva sperato che si cambiasse da sola, ma aveva sperato male. Yuriko aveva confuso l’ordine degli indumenti e aveva continuato a vestirsi e spogliarsi, e quando era stata sopraffatta dalla vergogna gli aveva domandato se avesse già mangiato”.

Tra lo sconforto di Izumi e la vergogna di Yuriko di sentirsi altro da sé, in un mondo, talvolta, popolato da estranei, il legame viscerale tra madre e figlio rinvigorisce nell’unico modo ora possibile: l’inversione dei ruoli. Il figlio diventa padre e la madre diventa figlia, spazzando via il senso di vuoto e di solitudine diffuso dalla malattia. Nel buio della sua mente, alla fine del romanzo, Yuriko dimostra al figlio paterno che nessun morbo potrà mai cancellare la bellezza degli affetti più profondi, che, come fiori sul selciato, miracolosamente, anche nelle stagioni di atroce siccità, continuano a crescere dentro di noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *