AND THE OSCAR GOES TO…

Ci sono registi, menti geniali della cinepresa, uomini visionari, povere creature che non hanno mai conquistato la statuetta d’oro. Eppure hanno fatto la storia del cinema, segnando un percorso inesplorato e inesplorabile, tracciando una rotta infinita che oggi tentiamo ancora di seguire. Cerchiamo di trovare quella mappa, assoldiamo le trame migliori, i temi più ruffiani, i grandi interrogativi dell’umanità. Nel tentativo di capire almeno un po’ come questi uomini hanno cambiato il mondo. Ma non sono mai esistite istruzioni per Stanley Kubrick, Alfred Hitchock, Orson Welles o Sergio Leone. L’unica regola era non seguirle quelle istruzioni. Questi registi hanno fatto della loro vita un manifesto di libertà.

Quel premio non ha mai decretato quindi il successo di un’opera, i colossal del passato probabilmente non hanno un Oscar. Quindi tocca considerare queste premiazioni con il valore che hanno. Intrattenimento. Unico e purissimo. Ma tolto il tifo da bar, che tutti amiamo, resiste la voglia di scrutare incessantemente i luoghi più bui e quelli luminosissimi di Hollywood.

Se da un lato i film ci fanno sognare e riflettere, dall’altro la cerimonia degli Oscar, “un carnevale del cinema”, un momento di alta spettacolarità, diventa una lente di ingrandimento sulle dinamiche che influenzeranno il Cinema dei prossimi anni.

Si chiude il sipario rosso e la 96esima notte degli Oscar dimostra un livello qualitativo molto più alto rispetto agli ultimi anni. Vincitori e vinti ci raccontano le statuette assegnate, tra film che hanno convinto ed emozionato gli addetti ai lavori e pellicole che invece non hanno saputo strappare abbastanza voti per imporsi.

Christopher Nolan e Yorgos Lanthimos sono i vincitori preannunciati, puntualmente incoronati dai risultati della notte delle stelle. Nolan, uno dei cineasti più amati e più snobbati dall’Academy, finalmente viene consacrato portando a casa la statuetta come miglior regista e come miglior film con il suo Oppenheimer. Il film vince (e molto), ricompensando i collaboratori stretti del regista di Inception alla prima statuetta: il direttore della fotografia olandese Hoyte van Hoytema, il compositore svedese Ludwig Göransson, la giovane montatrice Jennifer Lame.

Nolan porta fortuna anche al suo attore feticcio Cillian Murphy e a Robert Downey Jr, entrambi alla prima vittoria agli Oscar, entrambi in grado di far funzionare un ruolo di svolta per un momento particolare della loro carriera. Nolan ne esce rafforzato come regista e come cineasta; la sua immagine è quella di un’artista a tutto tondo, che mette in risalto il talento di altri artisti che collaborano con lui, che riesce a portarli sotto la luce giusta per valorizzarli. Oppenheimer è il vincitore indiscusso della serata, conquistando il maggior numero di premi: 7 statuette vinte.

Sfuma la vittoria in un paio di categorie in cui il film era favorito, soprattutto in miglior sonoro, dove s’impone a sorpresa La zona d’interesse.

Una vittoria più che meritata perché mentre in Oppenheimer il suono è utilizzato – in modo magistrale – dal punto di vista tecnico, in The Zone of Interest l’audio diventa un elemento narrativo terrificante. Che accompagna una storia terrificante dove il dolore si sente ma non si vede. Al massimo lo si immagina. E quell’immaginario apre davanti a noi una realtà spaventosa fatta di indifferenza raccapricciante. Così, mentre si vive tranquilli “nelle nostre tiepide case”, qualcuno dall’altra parte del muro viene strappato alla vita, inspiegabilmente, da una ferocia agghiacciante che toglie all’uomo la dignità e il senso della bellezza. E quel muro, quel muro che divide la brutalità dalla realtà, è il muro dell’omertà. Un film contemporaneo lucidissimo, quello di Jonathan Glazer, che racconta il mondo e le guerre, meritando a mani basse l’Oscar come miglior film straniero in lingua tedesca.

Martin Scorsese rimane a bocca asciutta, pur avendo collezionato una marea di nomination (ovviamente strameritate). A vincere (e molto) è Povere creature del regista greco e visionario Yorgos Lanthimos, che s’impone in una serie di categorie tecniche. Miglior trucco, miglior scenografie e migliori costumi.

E poi… La vittoria di Emma Stone (contro le colleghe candidate davvero forti e valevoli Lily Gladstone e Sandra Hüller) come miglior attrice protagonista, nei panni della bellissima, straordinaria e libera Bella Baxter, in una delle categorie più battagliate dell’anno, racconta di un’attrice che a soli 35 anni è già entrata nel pantheon hollywoodiano. Sarà uno dei nomi che domani citeremo come un’interprete senza tempo, al pari di una Meryl Streep o di una Katherine Hepburn.

In sintesi voto favorevole per un festival che si apre sempre di più al cinema internazionale. Una coppia di registi francesi porta a casa il premio come miglior sceneggiatura (Triet e Harari per Anatomia di una caduta), un film giapponese s’impone sia nella categoria dell’animazione sia negli effetti speciali. Miyazaki, Godzilla, Justine Triet e poi ovviamente l’inglese Jonathan Glazer che batte Io Capitano di Matteo Garrone.

È stato comunque meraviglioso il viaggio di questo film, partito dalla Mostra di Venezia con il Gran Premio della giuria e poi acclamato di festival in festival. Un viaggio epico di due giovani migranti senegalesi che attraversano l’Africa, con tutti i suoi pericoli, per inseguire – legittimamente – un sogno chiamato Europa. Matteo Garrone, grazie al suo enorme talento, ha acceso ancora una volta nel mondo i riflettori sul cinema italiano. Ha portato di nuovo l’Italia a competere con le eccellenze della cinematografia internazionale fino alle battute finali, un risultato che ha qualcosa di prodigioso, visto che abbiamo gareggiato contro le forze smisurate delle grandi piattaforme e dei grandi distributori con budget a disposizione molto più sostanziosi.

Meritano una menzione anche American Fiction – Oscar per la miglior sceneggiatura non originale – e The Holdovers, che porta a casa il premio per la miglior attrice non protagonista a Da’Vine Joy Randolph. Il film di Alexander Payne racconta di come universi totalmente opposti tra loro, in circostanze particolari, riescano a venire a contatto e comprendere le proprie differenze e fragilità. Un messaggio importante soprattutto ora, in un periodo in cui la frattura tra generazioni è sempre più netta e profonda. L’incomunicabilità, la sofferenza, il rimpianto, il lutto e la capacità di affrontare una perdita sono solo alcuni dei temi raccontati da questo film che riesce, in maniera toccante, ad arrivare a tutti, proprio a tutti.

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