Alla ricerca dei ricordi…

Arrivo dalla signora Francesca con un po’ di agitazione. Non voglio turbarla. Cosa mi aspetto da quella chiacchierata? Ciò che è certo è che lei è lì ad aspettarmi, con un sorriso cordiale e una maglia azzurro cielo come il cielo sereno che incornicia il Monte Somma stamattina. Tanto cielo, un caldo sole, il venticello a scompigliare un po’ i capelli bianchi e castani di un’anziana donna, seduta ad aspettarmi su una panca in plastica grigia, fuori al suo cortile, che è strapieno di piante grasse e verdeggianti, sicuramente perché fa bene anche ad esse l’aria di montagna, che come una principessa senza tempo, si intrufola nei vicoli stretti, con discese e salite, del borgo del Casamale, il più antico di Somma Vesuviana. Saluto la signora Francesca, porgendole un bagnoschiuma profumato alla vaniglia, la mia nonna lo diceva sempre, in casa di altri non si va mai a mani vuote. Mi chiede chi sono, la signora Francesca. Eppure le nuore e la figlia l’avevano già avvisata una mezz’ora prima che sarei passata per una chiacchierata. Ma lei non ricorda che le è stato detto della mia visita, non ricorda nemmeno di me, che qualche anno fa, mi ero recata da lei per la cosiddetta “paura” da fare a me e alla mia bambina. Vivo anche di superstizioni io, credo nella medicina ma anche nel potere dei riti che tolgono gli occhi di dosso e le paure dall’anima. Mi sorride la signora Francesca, come una bambina col suo orsacchiotto, prendendo tra le mani il bagnoschiuma che le porgo. “Di cosa vogliamo parlare?” – inizia la nuora Filomena, rivolgendosi all’anziana. “E che vaggia ricere?” – risponde un po’ alterata la signora Francesca, in fondo, nella sua mente, io sono un’estranea, che può mai dirmi ”bell e buon” come apostrofa lei!?. “Parlatemi di tutte le cose che in passato vi hanno fatto sorridere” – la invito io e l’invito è colto in pieno, perché sul suo viso segnato dalle rughe del tempo, si stende un sorriso, un sorriso sincero. Mi racconta di essere stata una bambina felice, nonostante abbia mangiato solo pane e fatica, lei era l’ultima di una famiglia numerosa ed era la più ribelle. A scuola non era mai andata, mai, i suoi occhi avevano visto solo stese di campagne dove aveva iniziato a raccogliere patate, pomodori e sacchi interi di noccioline, insieme ai fratelli e ai genitori. Amava il tramonto la piccola Francesca, quel bacio tra il giorno che sta per andarsene e la notte per arrivare. Amava aspettarlo in cortile il tramonto, in estate e in inverno davanti al camino, seduta su una seggiola di paglia, vicino ad una sua cara zia,  che faceva i riti della paura, degli occhi e del mattonciello. Piaceva a Francesca ascoltare le preghiere bisbigliate dalla zia quando liberava dalla paura una persona impaurita! La paura, gli occhi, il mattonciello, si facevano al tramonto, perché è col tramonto che scomparivano le ansie e i timori. La piccola Francesca aiutava la zia a raccogliere la menta fresca e profumata, a schiacciare l’aglio e a mischiare il tutto in un piatto fondo, mescolando con l’aceto. Questo miscuglio di odori e colori, serviva a togliere la paura dalle ossa, per questo l’anziana zia strofinava le foglie di menta insaporite di aglio e aceto, sulla fronte, sulle braccia e sulle gambe di chi si rivolgeva a lei, perché diceva che la paura ti attanaglia le gambe, ti stringe le braccia e si fissa in fronte, divenendo un pensiero ossessivo per la persona, impedendogli di pensare ad altro. Dalla zia arrivavano anche le persone che si sentivano l’uocchie nguoll, gli occhi addosso e gli occhi addosso, mi raccontò la signora Francesca, si sentono quando avverti un dolore continuo all’altezza delle sopracciglia, proprio sull’osso centrale che scende verso il naso. La piccola Francesca aveva subito imparato che gli occhi si facevano con un piatto riempito di acqua, nel quale bisbigliando delle preghiere, si faceva gocciolare dalle dita l’olio, gli occhi erano i cerchi che si aprivano nell’acqua, più cerchi si aprivano più occhi addosso la persona teneva! Gli occhi poi era scissi in occhi dei maschi e occhi delle femmine, quelli dei maschi erano cerchi allungati e stretti, quelli delle femmine erano “tanto oi” ha esordito la signora Francesca facendo il gesto delle dita, pollici e indici, per indicare che le femmine possono prendere a occhio peggio delle fucilate! La piccola Francesca conosceva,  sempre, tramite la zia, anche il rito del mattonciello, che aveva come cavie i neonati affetti da coliche. Il rito consisteva nel prendere in braccio il neonato e liberarlo dai fastidi al pancino con delle preghiere. Questi riti si facevano per circa tre sere di seguito, non costavano nulla, bastava però che alla zia si portava qualcosa, anche una caramella in cambio perché altrimenti non facevano effetto! La piccola Francesca chiedeva alla zia, quasi ogni giorno, i segreti per imparare a fare questi riti, la zia le diceva che era ancora una bambina e non era giunto il momento per imparare. ”Cresci cresci e poi ti dico” – la rincuorava la zia – ”maggia fa ancora chiù vecchia”… E la bambina aspettò, vivendo la sua vita, tra corse a piedi nudi in campagna e mani impolverate di farina perché aiutava i suoi a prepare il pane. In un giorno qualunque della sua giovinezza, la zia le confidó i segreti dei riti, non era un giorno qualunque, era l’ultimo giorno che vide la vecchia zia, perché, la zia il segreto più triste non gliel’aveva mai svelato,  i segreti dei riti si dicono in punto di morte. Francesca prese così le retini della zia in mano anche se quella sedia vuota le dava tormento. Fu bella la sua giovinezza sapete? In ogni stagione, a fine giornata si ballava e si ascoltavano le canzoni degli anni 40, si ritrovano tutte le fanciulle del cortile, in casa in inverno o nel cortile d’estate e si ballava e si rideva sulle note di Albano, Mina o delle canzoni della tammorra. Solo le fanciulle però ballavano, sorelle, cugine, sotto lo sguardo attento degli uomini, nelle vesti di padri, nonni o zii; molte volte, giovanotti forestieri, avevano provato a entrare in cortile, attirati dal suono della musica e dalle risate delle giovincelle, arrivavano in bicicletta e con le biciclette erano in malo modo mandati via, mentre dall’ altoparlante, arrivato in alcune case, e posto in cortile, passava la canzone del folklore di Castello ”Oi Francé”.   Le femmine andavano protette, così dicevano! Ma Francesca allora come si innamorò? Si innamorò per combinazione, con un uomo che le fu presentato. Quello era e quello doveva essere. La signora Francesca non ricorda più del marito, confonde il nome del marito con quello di suo padre, l’ha totalmente estinto dalla mente, come quei balli in cortile che sposandosi non ha più potuto fare. Il matrimonio la catapultò nel borgo del Casamale, nel vicolo re Paparelle,  dove abita tutt’ora. Capì sulla sua pelle cosa significava la parola  patriarcato, la fatica e la servitù ai suoceri. Il marito, Raffaele, faceva il contadino col suo papà e dopo i lavori in  campagna, a pranzo e cena, i figli pur sposati erano obbligati a consumare i pasti coi  genitori. Nella casa nuziale Francesca e Raffaele, andavano solo a dormire, affamati di tanti sogni e di libertà,  scarseggiavano, infatti, i soldi, perché l’intera gestione economica era affidata ai genitori del marito. La signora Francesca, confida, quasi a se stessa che a me, che se durante la notte si aveva fame si aspettava il giorno dopo, perché il cibo era conservato solo nelle dispense dei suoceri. I due sposi iniziarono a vedere l’alba della loro unione quando arrivarono i figli, quando da madre e da padre, si fece strada nel cuore, il pensiero di provvedere ai bisogni dei figli in ogni momento. Se un figlio aveva fame, doveva mangiare, non si doveva aspettare che passava la notte per andare il giorno dopo nella dispensa dei nonni. L’arrivo dei figli fece capire al giovane padre, che il cordone ombelicale che ancora lo legava alla sua famiglia andava spezzato, doveva lavorare e mettere in tasca ciò che il lavoro gli dava. La signora Francesca continuó a riservare rispetto ai suoceri, a fare la servitù, oltre casa sua, continuó ad  occuparsi anche di loro. Era una lava di fuoco, tra figli, marito, suoceri e campagna, a testa alta portava avanti la sua vita, senza stancarsi, senza sbuffare. “Gli volevo bene ai miei suoceri, li ho rispettati fino alla fine, è vero mi hanno fatto lavorare, però gli ho voluto bene, era peccato se non gliene volevo” – mi dice tutto d’un fiato in dialetto, mettendo così un punto a questa chiacchierata che mi ha riempito il cuore. Che signora la signora Francesca, che giorno per giorno sta dimenticando cosa ha mangiato a pranzo e chi ha incontrato oggi, eppure di quel ieri, ha ancora pieni di ricordi i cassetti della sua anima. Uno dei ricordi più belli è che ricorda che ha voluto bene nonostante tutto e che è peccato, come dice lei, non dare rispetto. Tra i volti che ha dimenticato del suo passato, vi è quello del marito, eppure sono certa che, quando parla di bene, la parte più grossa, insieme ai figli è dedicata a lui. 

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