À FREVA MANGIARELLA

“Non ti preoccupare!” – diceva la nonna a mia mamma, quando una febbre improvvisa prendeva di mira me o mio fratello. Non avendo altri sintomi se non la fronte che scottava, la nonna, istruita presso la scuola della vita frequentata in campagna, diagnosticava subito quel malessere col nome di “freva mangiarella” : una febbre che non doveva spaventare, perché era semplicemente una febbre di crescita! Bastava il tocco della sua mano ruvida sulla fronte di noi bambini a decretare la diagnosi; la cura sarebbe stata, oltre alla cartella! – la tachipirina – un lenzuolo di tela su cui riposare e tanta acqua. La tela era fresca fresca, ruvida sotto la pelle un pò punzecchiava, un pò solleticava. Sul comodino, la nonna faceva mettere una bottiglia piena d’acqua, che andava bevuta tutta! Sbuffava, vedendo il termometro a mercurio in giro per casa, tutte quelle comodità a suo tempo non c’erano: bastava la mano per misurare la febbre o un bacio sulla fronte, ma data la sua avversione alle coccole, perché nonna era orfana di mamma e di coccole non ne aveva ricevute da chi si era preso cura di lei, baci non ne dava né per misurare la febbre né per mostrare il suo affetto… eppure in quella mano rude, consumata dalla fatica si sentiva tutto l’amore del mondo. C’era amore mentre sistemava il lenzuolo di tela, mentre preparava un brodo caldo, mentre rincuorava dicendo ” nun’te ngaricà!” – che stava a significare non preoccuparti, non incaricarti di pensieri perché di essi me ne faccio peso io.

Si faceva carico di tutto la nonna, delle ansie delle figlie, delle buone merende da preparare ai nipoti, delle preoccupazioni delle vicine di casa, a cui mancava sempre il sale o il pepe, che poi se prestava il sale, dopo ne pretendeva indietro un pò perché altrimenti era spartenza!

E mentre si faceva carico dei pensieri altrui, metteva in panchina i suoi, perché era forte abbastanza da non dividerli col mondo…

perché anche se con quel mondo doveva essere arrabbiata tanto, per la beffa crudele che le aveva riservato alla nascita, privandola della mamma, lei a quel mondo continuava a pensarlo, rendendosi utile, essenziale risorsa per chi chiedeva aiuto o consiglio…

e non le importava se quel mondo non le aveva dato istruzioni sulle coccole, lei le faceva a modo suo, nel silenzio di gesti rudi, come quella mano poggiata sulla fronte, troppo spesso, finché la febbre mangiarella non scendeva per lasciarci più grandi ma mai sazi di quell’amore senza parole eppure colmo di tutto…

Tengo sempre a portata di mano lenzuola di tela e tovaglie, le uso quando la febbre fa visita a mia figlia…

sorrido immaginando la nonna passarsi tra le dita il termometro digitale che ha sostituito quello a mercurio che non ha mai voluto usare…

sorrido, mentre accarezzo una tovaglia in tela, ruvida sotto le dita, capace di rinfrescare il cuore come una carezza che si diverte a solleticare la pelle… come quella mano ruvida sulla fronte che mi tranquillizzava, accompagnata dalla sua voce che diceva che dopo quella febbre mangiarella sarei diventata più grande… era in quei momenti che volevo restare ancora bambina…

reduce di un amore muto di coccole ma pieno di amore…

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