27 Gennaio. Giorno di una memoria appassita.

Oggi ricordiamo una delle macchie più atroci che si siano posate sul vestito della storia umana. Commemoriamo la liberazione da parte delle truppe sovietiche della sessantesima armata del fronte ucraino dei prigionieri reclusi ad Auschwitz ma soprattutto la scoperta di tutto ciò che si racchiudeva dietro le mura austere di questo campo. Già nel 1944 le forze russe avevano fatto scoperta di questi centri in cui venivano rinchiusi soprattutto ebrei, ma anche sovversivi, persone di colore, rom, disabili. I primi campi di concentramento rinvenuti furono quello di Belzec, e Treblinka. Ma nessuno prima dell’apertura dei cancelli di Auschwitz aveva compreso sin dove si fosse spinta l’ ideologia tedesca. I militari liberatori si trovarono difronte a cataste di cadaveri e all’incirca settemila sopravvissuti. Separati da loro, dai propri corpi, dalla propria quotidianità, dalla propria esistenza, cumuli ben accatastati tra loro di vestiti, capelli, denti. Questo “materiale” veniva riutilizzato in particolar modo per coloro che combattevano in nome della razza pura ariana; ci si costruivano cuscini, pettini, spazzole. I prigionieri di questi campi erano mero bestiame da cui ricavarne qualcosa. E da sfruttare, torturare, stuprare. Su cui sperimentare. Già, perché si scopri anche che proprio ad Auschwitz il dottor/macellaio Josef Mengele selezionava in particolar modo bambini gemelli per compiere esperimenti su di essi al fine soprattutto di trovare un gene che potesse comprovare la superiorità della razza ariana. Tra le tante cose terrificanti che riprese entrato in questo campo il cameramen russo Vorontsov fu anche lo sguardo atterrito di due sorelline, Andra e Tatiana Bucci, ridotte a pelle ed ossa e stremate proprio dalle sperimentazioni. Quelle settemila persone scheletriche che accolsero i loro liberatori non erano dunque che la cima di un iceberg ben più vasto. Anche perché inizialmente i tedeschi, resisi conto del sopraggiungere delle armate russe tentarono maldestramente di smantellare i lager o parte di essi.. Si tentò non solo di radere al suolo camere a gas,baracche ed inceneritori, ma anche di trasferire i prigionieri in campi di concentramento a Berlino. Fu così che la maggior parte dei reclusi di Auschwitz furono costretti a fare la famosa “Marcia della morte”. Denutriti, scalzi, tra il freddo lancinante della neve e le epidemie. Ne dà testimonianza la senatrice a vita Liliana Segre : “Migliaia e migliaia di esseri stremati che si trascinavano nella neve come automi. La strada dissestata da cadaveri[…..]. Come le altre mi gettavo sugli immondezzai con la speranza di racimolare un torsolo di cavolo, una buccia di banana. Era una follia. Anche vivere era una follia”. Nell’ascoltare queste parole ci rendiamo conto di quanto possa essere difficile comprendere e far comprendere cosa sia stata la shoah. Cosa sia stata l’idea di una “soluzione finale” atta a creare una razza perfetta, che andasse oltre le alte. Tramite ciò che fu trovato ad Auschwitz quel fatidico 27 Gennaio 1945 e negli altri lager, tramite la testimonianza di Liliana Segre e degli altri, pochi, sopravvissuti (si stima che i prigionieri morti nei campi di concentramento siano stati 15 o forse 17 milioni mentre i sopravvissuti furono 500.000), siamo riusciti ad aprire una finestra che affaccia sull’orizzonte torrido dell’ideologia nazifascista. Nostro dovere per fare in modo che non appassiscano queste testimoniare è dare esempio ed insistere sull’ informazione affinché tali fatti non accadano più. Ancora oggi c’è chi o per moda o per un ignorante senso di appartenenza ad un qualche gruppo estremista inneggia a queste ideologie facendosi fautore di una razza superiore rispetto alle altre. C’è chi si fa tatuare il simbolo nazista, chi sostiene che i campi di concentramento non siano mai esistiti, chi invece che le testimonianze siano state inventate da burattini dei ‘poteri forti’. Ciò sta a significare che la sensibilizzazione debba essere ancora più urgente e costante per far comprendere, in particolar modo alle nuove generazioni, quale sia la parte buona. Come disse un altro sopravvissuto, Franco Schonheit :”Lui con la sua divisa ed il suo mitra aveva perso, perché era dalla parte sbagliata. Io avevo vinto perché ero dalla parte giusta”. (Miriam Meo)

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